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Bye Bye Banda Larga in Italia: il digital divide non è un problema di questo governo

Il ministro Romani resta ancora una volta a bocca asciutta, e pur avendo incassato ben 3.7 miliardi di euro dalla vendita delle frequenze (molto più dei 2.4 miliardi fissati come tetto minimo) non avrà i sospirati 800 milioni per il la banda larga.

Bye Bye Banda Larga in Italia: il digital divide non è un problema di questo governo.

Paolo Romani sarà costretto a scusarsi, di nuovo, con gli elettori e con tutti coloro che si aspettavano il promesso finanziamento di 800 milioni di euro alla banda larga ma che (come al solito e ancora una volta) resteranno delusi. La legge di stabilità, varata in bozza dal consiglio di ministri,  ha “spostato” gli 800 milioni su altri obiettivi. Inutile perdere tempo e spazio a dire su “quali” obiettivi, perché non è questo specifico dirottamento il problema, ma la costante di pensiero secondo la quale il digital divide è un problema secondario a tutto il resto: che si tratti di ambiente, difesa, rifinanziamento di guerre o incentivi per il passaggio al digitale terrestre, lo sviluppo tecnologico del paese non è neppure un obiettivo secondario di questo governo. E non viene neanche al terzo posto se per questo. Semplicemente: non è tra gli obiettivi e non si ritiene che, in tempi di crisi, gli investimenti in questo settore possano essere più utili, ad esempio, del rifinanziamento della missione in Afghanistan o dell’investimento digitale terrestre.

Peccato che, stando ai recenti studi in materia, la digital economy rappresenti uno dei settori più in crescita in assoluto (con fortissime influenze positive sui PIL delle nazioni più attente allo sviluppo tecnologico) e che siano molti i governi decisi a utilizzare lo sviluppo della rete come uno degli appigli per l’uscita dalla crisi.

La Next Generation Networking sognata e promulgata da Romani, che avrebbe dovuto avversarsi per mezzo della costituzione di una società pubblico-privata sfuma nel nulla e per realizzare il sogno di una “banda larga per tutti” si punta su Metroweb-F2i-Cdp.

In buona sostanza il governo italiano si affida ai privati con un comodo “fate vobis, noi abbiamo cose più importanti a cui pensare”. E il problema, ripeto, non sono certo le nuove destinazioni di “questi” 800 milioni (che già rappresentavano poca cosa rispetto a quanto ricavato dall’asta sulle frequenze -3.7 miliardi totali- di cui 2.4 miliardi rappresentavano il tetto minimo, destinato al Tesoro di default, e il 50% del surplus doveva essere riutilizzato nel settore delle telecomunicazioni) ma tutti i miliardi che in questi anni sono stati letteralmente sprecati in altro genere di finanziamenti lasciando costantemente indietro lo sviluppo digitale del paese.

Ma come si può pensare di risolvere il problema del digital divide senza finanziamenti pubblici? Perché mai i privati dovrebbero investire in zone in cui c’è solo da investire e nulla da guadagnare? Quale privato si accollerebbe mai l’onere di cablare uno sperduto paesino di duemila abitanti a fronte di costi esorbitanti e introiti inferiori agli investimenti?

È per fare questo genere di investimenti che esiste lo stato, è per far fronte a spese che non prevedono ricavi che esistono le tasse. Ora si punta tutto su Metroweb, con l’illusione che “dove non arriva il pubblico può arrivare il privato” ma non saranno Telecom, Fastweb o le banche a risolvere il problema del digital divide, perché dovrebbero? Sono aziende di profitto, non è compito loro preoccuparsi che ogni cittadino abbia accesso al Web perché non è compito loro garantire pari accesso al diritto e -di questi tempi- sfido chiunque a dire che l’accesso rete non sia un diritto.

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