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Dopo Apple i dividendi a Wall Street non son più da sfigati

Con quasi 100 miliardi di dollari di liquidità Apple interrompe un digiuno di 17 anni e torna a distribuire un dividendo ai suoi azionisti. Reazioni positive di mercato e analisti ed ora i dividendi non son più roba da sfigati.

Dopo Apple i dividendi a Wall Street non son più da sfigati.

Wall Street, occhi solo per Apple. Diciamoci la verità: gli operatori in questi giorni a Wall Street non erano tanto concentrati sui problemi della Grecia, sull’andamento dei Btp o dei Bonos, piuttosto che sulle prospettive di crescita dell’Europa o della Cina, ma su Apple. La casa di Cupertino secondo alcuni rischiava infatti di trasformarsi nella “nuova Sony”, ossia in un’azienda con un “grande avvenire dietro le spalle”, incapace di tenere il ritmo degli anni precedenti e costretta a blandire i mercati distribuendo ricchi dividendi e riacquistando azioni più che annunciando nuovi prodotti o rilevando concorrenti più innovativi. Il che sarebbe apparso quanto meno ironico proprio ora che la stessa Sony ha pubblicamente dichiarato di voler imitare il business model finora utilizzato dalla concorrente americana e tornare a puntare maggiormente su prodotti innovativi, a partire da tablet e smartphone (auguri).

Al mercato l’annuncio è piaciuto. In verità questo è esattamente quanto poi è successo ieri, quando l’erede di Steve “stay hungry, stay foolish” Jobs, Tim Cook, ha annunciato per la prima volta dopo 17 anni un dividendo trimestrale di 2,65 dollari per azione a partire dal quarto trimestre dell’esercizio 2012 (che inizierà il prossimo primo luglio), assieme a un piano di riacquisto di azioni proprie da 10 miliardi di dollari a partire dall’ottobre 2012 e per una durata di tre anni. Da qui a fine 2015 la mela restituirà ai propri azionisti qualcosa come 45 miliardi di dollari dei circa 97 miliardi finora mantenuti in liquidità (e quindi sostanzialmente privi di remunerazione in termini reali, ossia al netto dell’inflazione). Ciò nonostante, come ha sottolineato Cook, ad Apple restano a disposizione ampi mezzi per “cogliere opportunità strategiche” (ossia fare eventuali acquisizioni: in questi mesi si è più volte speculato, ad esempio, di un interesse per Twitter che però non si è finora concretizzato) e per investire ulteriormente nella ricerca e sviluppo per migliorare i prodotti esistenti e lanciarne di nuovi sul mercato. La reazione degli investitori non si può dire sia stata titubante: mentre il titolo ha chiuso ieri per la prima volta nella sua storia sopra la soglia dei 600 dollari al Wall Street, migliorando il massimo storico a 601,77 dollari, dagli analisti è giunto un coro pressoché unanime di pareri favorevoli.

Una paccata di denaro. Perché la reazione è stata così positiva è chiaro: Apple siede tuttora su una “paccata” di denaro di proporzioni colossali, potrebbe acquisire Facebook e Rim, fonderle assieme e inventarsi qualche nuovo servizio con cui fare soldi e ancora avrebbe a disposizione decine di miliardi di dollari da investire, se mettete assieme il Pil dei 125 paesi più poveri del globo arrivate a malapena all’ammontare di denaro che la mela ha in cassa “inutilizzato”, una cifra che basterebbe a comprare dal Pentagono, se mai dovessero essere messe all’asta, 10 delle 17 portaerei nucleari statunitensi (diventando così automaticamente una superpotenza mondiale, se già non lo fosse). Col rialzo di ieri Apple capitalizza ora 558 miliardi di dollari, quasi lo stesso ammontare di denaro che la Bce ha fornito qualche settimana fa a oltre ottocento banche europee per rimpolparne le casse. E il suo business continua ad assicurarle importanti flussi di cassa (in buona parte all’estero e lì rimarranno per non incorrere in una tassazione giudicata non favorevole), così nonostante un rendimento in termini di dividendo/prezzo attorno al 2%, come, anzi meglio, che investire in un T-bond spiegavano ieri alcuni operatori (perché in questo modo gli azionisti di Apple continuano a restare soci di un’azienda che fa utili per miliardi di dollari ogni trimestre, anziché divenire creditori di uno stato che si indebita ogni mese per ulteriori decine di miliardi di dollari), la quantità di denaro che dovrebbe entrare nelle casse di Cupertino nel prossimo futuro continuerà ad essere superiore a quella che verrà redistribuita ai suoi azionisti.

Gli analisti rivedono i target. Così mentre la capitalizzazione di Apple rappresenta ormai circa il 4% dell’intero listino di New York (a un passo dal record “storico” di IBM, il 6,4% nel 1985, all’apice della sua gloria tra i gruppi hightech Usa), non è parso strano ad alcuno che sia già scattata nella notte la corsa degli analisti a rivedere al rialzo i target price: BC Dominion Securities lo ha portato da 600 a 675 dollari per azione, Goldman Sachs (quella che considera i clienti dei “pupazzi”) da 660 a 700 dolalri, mentre Morgan Keegan ha fatto prima fissando il prossimo traguardo a 800 dollari dagli attuali 650. Visto anche il successo che i prodotti col marchio della mela morsicata continuano a registrare (da venerdì scorso sono già stati venduti oltre 3 milioni di pezzi del “nuovo” iPad, ad esempio) il consiglio di tutti gli esperti resta uno solo: se volete qualcosa che porti il marchio Apple competevi i suoi titoli prima che i suoi prodotti, anche spendendo le stesse cifre avrete a distanza di anni soddisfazioni molto maggiori. L’iPod, ricorda stamane il Financial Times, venne lanciato nel 2001 al prezzo di 399 dollari: se aveste investito quella stessa somma in azioni della mela ora vi ritrovereste con 26 mila dollari in tasca. Così, commentava già ieri la Cnn,  cade un altro mito di Wall Street, che distribuire dividendi fosse da “sfigati”. Ad avercene di sfigati così avremmo risolto buona parte dei problemi dell’economia italiana.

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