Facebook, felici e scontenti
Analisti superstar, banchieri nella polvere. Ma se i problemi dell’Ipo di Facebook fossero riconducibili solo a un cattivo funzionamento della piattaforma di trading del Nasdaq o delle procedure interne in materia di eseguiti per quanto grave fosse l’episodio potrebbe rapidamente trasformarsi in un aneddoto. Così non sembra destinato a divenire visto che nel frattempo si è scoperto che a fronte di uno sparuto numero di analisti che da qualche giorno avevano pubblicamente espresso dubbi sulle prospettive dei conti dopo la trimestrale (diffusa il 24 aprile scorso) e tagliato di conseguenza le stime, anche gli esperti di Morgan Stanley, “lead-underwriter” (ossia il capofila del pool di 33 banche d’investimento, tra cui figuravano anche Jp Morgan Chase e Goldman Sachs) dello sbarco di Facebook sul Nasdaq, stavano facendo qualche telefonata “particolare”. Sfruttando una legge guarda caso varata un mese fa, la “Jumpstart Our Business Startups Act” (ha ridotto ulteriormente i vincoli, un tempo rigidi, per gli analisti che lavorano presso intermediari coinvolti in un collocamento azionario), gli analisti e i trader di Morgan Stanley avrebbe contattato un ristretto numero di grandi investitori avvisandoli che “Faccialibro” rischiava di registrare alla fine del trimestre in corso utili (già calati del 12% annuo a 205 milioni di dollari nei primi tre mesi del 2012) inferiori anche di un 5% rispetto alle stime della banca d’affari. Apriti cielo: se la notizia fosse confermata e la Sec (che sta iniziando a indagare) trovasse le prove che a quel punto i migliori e più grandi clienti di Morgan Stanley hanno tagliato gli ordini, mentre altri investitori (come lo sfortunato gestore citato da Business Insider) non informati, avrebbero confermato le proprie richieste iniziali e i piccoli investitori individuali (che a Wall Street sono considerati alla stregua di un “parco buoi” proprio come alle borse di Milano o Londra o Parigi o Francoforte) facevano quasi a pugni pur di farsi assegnare qualche titolo, ignari di quanto stava accadendo, sarebbe un bel casino perché sarebbe la conferma che non solo a Wall Street l’unica cosa che conta è il denaro e non i buoni sentimenti (scommetto che lo avevate sempre sospettato anche voi, come me), ma che per fare più denaro non ci sono regole e “fair play” che tengano, tanto che si parla già di class action contro Facebook da parte degli investitori “truffati”.
Il dubbio è lecito. Se poi aggiungete che Goldam Sachs, che lo scorso anno investì 450 milioni di dollari dei propri fondi sulla base di una valutazione di 50 miliardi ottenendo quasi 66 milioni di azioni, ha venduto 28,7 milioni di pezzi ad una valutazione doppia guadagnando dall’Ipo circa 895 milioni di dollari (mantenendo una partecipazione valutata oltre un miliardo ai prezzi correnti), il “segnale negativo” che le grandi banche d’affari di Wall Street hanno mandato è netto. Non solo e non tanto nei confronti di una società che sta comunque cambiando radicalmente pelle e dunque si è collocata sulla base di numeri “sottostanti” (ad esempio in termini di fonti dei ricavi) che appartengono a un passato prossimo ma già distante e che rischiano di non aver alcuna aderenza col suo futuro (sempre più indirizzato verso il web “mobile” e non verso il web “desktop” come finora, con tutti i dubbi e i rischi che ha ampiamente documentato un’analisi di Rosario Di Girolamo, social media researcher per Telecom Italia), quanto sul loro stesso ruolo di intermediari al di sopra di ogni sospetto. Così a distanza di pochi giorni un investitore “vecchio stile” come Warren Buffet, che ha pubblicamente dichiarato di non voler puntare neppure un dollaro sulla creatura di Zuckerberg dato che non è in grado di capirne il modello di business (ma è certamente in grado di capire il business model degli “squali” di Wall Street) rischia di aver avuto ancora volta ragione. Buffet è ultraottantenne, ma da cinquant’anni ha avuto fiuto a sufficienza per sopravvivere su mercati finanziari alquanto agitati e incerti: la lezione che tutti dovrebbero trarne è che non si dovrebbe investire in ciò che non si conosce più che bene (aziende e intermediari e relativi modi di ottenere il rispettivo guadagno). Se poi vi sentite novelli Gordon Gekko e siete pronti a scommettere che a prezzi ormai sensibilmente ridotti rispetto a quelli dell’Ipo (ma che potrebbero calare ancora) Facebook possa a medio-lungo termine rivelarsi un ottimo affare, sappiate che ormai anche dall’Italia è possibile investire in “Faccialibro”. Nel caso potrete farlo indirettamente, acquistando il Benchmark Certificate sull’indice Sonix (composto da 11 società attive nel settore dei social network e nel quale è appena stato inserito, con un peso del 20%, proprio il titolo Facebook accanto a nomi quali LinkedIn, Meetic o Xing), o sfruttando il mini future che tra qualche giorno sarà emesso sul titolo da RBS (sia in versione “long”, ossia per acquistare a termine l’azione, sia nella versione “short”, ossia per venderlo a termine) oppure ancora utilizzando servizi di trading online di operatori e banche italiane che consentono di operare anche sul Nasdaq (come dovrebbe essere nel caso di Directa Sim). In tutti i casi in bocca al lupo e tenete a mente la storia che vi ho appena raccontato e la sua morale.