Si trova all'interno del primo data center di Facebook, tra le colline di Prineville, in Oregon. Ad una prima occhiata i saloni interni non sono altro che semplici stanze per i server, con le strutture predisposte ad ospitare le macchine ancora nelle loro posizioni originali. Basta aprirle, però, per capire che il loro scopo è ormai un altro. Ognuno degli "involucri" ospita infatti 32 smartphone, ognuno dei quali caratterizzato da una diversa versione dell'applicazione mobile del social network di Menlo Park. È il Mobile Device Lab e ha il compito di testate il software di Facebook sui dispositivi più vecchi, cercando soluzioni che possano migliorare la durata della batteria.

La struttura ha aperto le porte ai giornalisti nel corso delle ultime settimane; per la prima volta in tre anni alcuni reporter hanno varcato le soglie di quello che per molti utenti rappresenta un importante luogo di studio dedicato a dispositivi ormai obsoleti. Dietro le porte metalliche che proteggono gli scaffali si trovano, per esempio, una serie di iPhone 5C impegnati a svolgere autonomamente diverse azioni all'interno dell'applicazione mobile, così da trovare quali sono quelle più problematiche dal punto di vista della longevità. Tra i dispositivi si trovano smartphone ormai vecchi come l'iPhone 4 e alcune proposte più recenti, come il Nexus 5s di Google; in totale Facebook testa 2.000 device.

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Se viene individuato un problema, il laboratorio notifica gli sviluppatori sulle problematiche riscontrare per consentirgli di lavorare ad un aggiornamento, anche minore. Un approccio condiviso con oltre altre aziende – Google, per esempio, ha acquisito Appurify proprio per testare le proprie app – ma nel caso di Menlo Park il lavoro viene svolto al 100 percento internamente, sfruttando gli ampi spazi del data center localizzato in Oregon. Da qui passano tutti gli aggiornamenti delle applicazioni di Facebook prima che questi raggiungano l'app store, in modo da individuare subito eventuali problematiche.

Per arrivare a questo risultato, però, l'azienda ha attraversato una lunga fase di sperimentazione. Provando, per esempio, diverse tipologie di contenitori, da quelli di metallo che bloccavano il segnale WiFi a quelli di plastica per 100 dispositivi, un inferno di cavi. Così si è arrivati ad utilizzare gli speciali involucri che possono contenere 32 smartphone a testa e alla scelta dello spazioso data center come "residenza" di questo sistema. A gestire il tutto sono otto Mac Mini per i dispositivi iOS e quattro server Linux per quelli Android. Ogni set di smartphone possiede la propria connessione WiFi e una telecamera registra ogni attività su schermo. Ora l'obiettivo è quello di espandere ogni blocco da 32 a 64 smartphone e migliorare la procedura di installazione, che ora richiede 20 step per ogni dispositivo.