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La libertà di stampa in Italia: un’istantanea della situazione

La situazione della libertà di stampa in Italia è nuovamente da "semaforo giallo" e ci mette al livello di nazioni come Benin, Serbia e Sudafrica. Ma è davvero solo colpa di Berlusconi e del mai risolto conflitto d'interessi se la stampa italiana non fa il suo mestiere?

La libertà di stampa in Italia: un'istantanea della situazione.

Esiste la libertà di stampa in Italia? La risposta è “ni”, e non può essere soddisfacente.

Unico paese dell’Europa occidentale a vivere una situazione da semaforo giallo che, nel caso dovesse essere approvata la cosiddetta legge bavaglio (la cui discussione è stata nuovamente rimandata a “tempi migliori”) potrebbe diventare addirittura rosso, ponendoci in una condizione in tutto e per tutto simile a quella vissuta da paesi come l’Iran, la Cina, l’Egitto e le moltissime altre nazione segnate dalla bolla della censura sul sito del museo dell’informazione più grande del mondo: Newseum.

Ma Newseum non è l’unico a segnalare l’anomalia occidentale rappresentata dall’Italia in materia di libertà di stampa, lo fa anche reportes sans frontière in un resoconto che dimostra come la legge bavaglio farebbe dell’Italia un paese antidemocratico agli occhi della stessa Europa, che prevede regolamenti in contraddizione profonda con il testo (pur rivisto) della legge in questione.

La mappa dinamica riguardante lo stato della libertà di stampa nel mondo mostra come l’Italia venga considerato alla stregua di nazioni che solo da pochissimi anni si sono affacciate alla democrazia (o a una forma di governo pseudo-democratica) e secondo l’opinione del museo dell’informazione con sede a Washington -non certo ascrivibile al bolscevismo militante- la situazione italiana presenta diversi aspetti preoccupanti.

Ecco alcune delle informazioni che troviamo inserite nelle varie “schede” che accompagnano la valutazione riguardo la libertà di stampa in Italia

Freedom House classifica i mezzi di informazione in Italia come “parzialmente liberi”, assegnando al paese 34 punti su una scala che va 0 a 100, e in cui ad un punteggio maggiore di zero corrisponde una maggiore censura delle notizie.

Scorrendo le valutazione date agli altri paesi scopriamo che occorre superare i 30 punti per essere considerati in zona a rischio (tanto che l’Italia nel 2007 venne reinserita tra i paesi “liberi” perché non varcò la suddetta soglia) e ne occorrono oltre 60 per essere inseriti nella “zona rossa” dei paesi privi di libertà di stampa.

La libertà di parola e di stampa sono costituzionalmente garantite e generalmente rispettate nonostante le preoccupazioni per quanto riguarda la concentrazione della proprietà dei mezzi di comunicazione.

Al momento l’Italia occupa il venticinquesimo posto (in compagnia della Namibia) ed è preceduta al ventiquattresimo da: Benin, Serbia e Sudafrica – il tutto su settantotto “posizioni” totali. Sul podio della classifica troviamo Finlandia (primo posto assoluto), Norvegia e Svezia (seconde a pari merito) mentre a Belgio, Islanda e Lussemburgo spetta la medaglia di bronzo. “Solo” ottavi gli USA -patria nominale del giornalismo libero- mentre a pochi passa dal baratro di una libertà di stampa incerta segnaliamo: Cile, Israele, Grecia e Ungheria. Ad aver quasi perduto la libertà, invece, ci sono (tra gli altri) paesi come: Ucraina, Kuwait, Colombia, Niger e Paraguay.

Ma, tornando all’Italia, la scheda riguardante il nostro paese riporta anche diversi “fatti”, in particolare quelli che secondo la Freedom House hanno portato all’abbassamento del rating e all’assegnazione di un punteggio negativo.

Nel 2009, la Corte Costituzionale ha annullato una legge che concedeva al primo ministro Silvio Berlusconi di proteggersi dai procedimenti giudiziari mentre era in carica. La sentenza ha aperto la strada a una serie di azioni legali contro di lui, tra un processo per di frode fiscale che coinvolge sia Berlusconi che il Gruppo Mediaset di sua proprietà.

Le tensioni tra la stampa e il primo ministro esplodono nel 2009, quando Berlusconi tenta ripetutamente di interferire nel lavoro giornalistico nello sforzo di coprire i conflitti esistenti tra la sua vita privata e quella politica

Eppure, si sottolinea anche che:

Le leggi italiani offrono libertà di parola alla stampa, e i media giornalistici sono generalmente liberi da controlli governativi.

Ma il vero dramma, che prescinde e prevarica il “conflitto d’interessi” berlusconiano è un altro, ed è solo accennato all’interno della scheda italiana:

I quotidiani italiani sono fortemente regionali sia rispetto al target che rispetto la circolazione, e la maggior parte di essi sono posseduti da privati spesso connessi a partiti politici, o fanno parte di gruppi editoriali più ampi.

La carta stampata veramente libera, in questo paese, quasi non esiste. L’Italia è un paese di tifosi. Schierarsi è automatico, così come difendere -a oltranza e contro ogni evidenza- le proprie posizione. Ora: che ciò avvenga, pacificamente, dalle curve di uno stadio di calcio nessun problema, quando la propria squadra perde va bene credere che l’arbitro sia cornuto, che l’allenatore non abbia gestito bene i giocatori o che tizio e caio non fossero in forma (quasi mai si ammette -semplicemente- di essere più scarsi degli avversari…) ma trattare argomenti politici ed economici con piglio da ultras, o come se si combattesse in trincea, con posizioni da difendere contro le più lapalissiane verità e personaggi da attaccare non appena si intravede uno spiraglio, non ha nulla a che vedere con il giornalismo che, in teoria, parte sempre dall’analisi dei fatti e solo alla fine suggerisce un’interpretazione possibile. Certo, si parla sempre di un’interpretazione parziale, ma questo non significa che non sia corretta se, a suo supporto, si offrono fatti circostanziati.

Il giornalismo italiano, invece vive di autocensura e di teoremi giornalistici da applicare forzatamente alla realtà, al di là di qualsiasi ragionevolezza.

La costituzione garantisce un diritto che, in parte, viene negato esplicitamente da alcune leggi del governo Berlusconi, ma è pur vero che quel diritto viene calpestato dai giornalisti stessi che, pur potendo, troppe volte non fanno il loro lavoro. E aderiscono a gruppi organizzati di tifosi, abbandonando quel sacrosanto giudizio critico e la (mai troppo benedetta) onestà intellettuale che dovrebbe salvarci da ragionamenti dogmatici e dalla paura di cadere in contraddizione.

L’unica coerenza degna di questo nome, è quella che insegue -sempre- l’onestà e la sincerità del racconto giornalistico, non quella che -pur di difendere una teoria o aiutare una causa politica- va contro la più basilare delle regole del buon giornalismo: raccontare la verità e non nascondere informazioni utili alla formazione di un’opinione che sia complessa e tenga conto di tutte le legittime posizioni in gioco.

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