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Letizia Moratti e la social media… tragedy

L'analisi di tutti gli errori commessi dalla candidata a sindaco di Milano.

Letizia Moratti e la social media... tragedy.

Worst campaign EVER!

Spero non me ne vogliate se esprimo da subito, in maniera diretta e senza giri di parole quello che penso della campagna elettorale di Letizia Moratti e, nello specifico della sua social media strategy che, sinceramente, mi sembrerebbe più opportuno chiamare social media tragedy

Dire che è stata una Caporetto non rende l’idea, e poco importa se domenica i cittadini milanesi, incuranti delle cadute di stile e delle gaffe giornaliere del sindaco uscente, decideranno di riconfermarla alla guida della capitale industriale d’Italia, ciò che è certo è che saranno in molti quelli costretti a trovare un nascondiglio il più lontano e segreto possibile in cui andare a meditare sui tanti (troppi) errori fatti nel corso di questa campagna elettorale che -a tratti- ha visto affacciarsi elementi di assoluto surrealismo.

Il metodo Goebbles non va d’accordo con il Web

“Una menzogna ripetuta almeno tre volte diventa una verità” Joseph Goebbles


Mi spiace che a qualcuno posso essere sfuggito, ma da quando c’è il Web, la comunicazione politica è cambiata moltissimo. Davvero! Provate a chiedere a… chiunque.

Ormai, non basta più infilare una menzogna negli ultimi secondi di un confronto TV, lanciare proclami a reti unificate senza contraddittorio e tappezzare la città di manifesti tentando di diffondere un ingiustificato panico tra i milanesi. Il Web sbugiarda tutto e tutti in tempo reale e, soprattutto, trasforma in oggetto di scherno chiunque compia un passo falso. E cosa c’è di più pericoloso per un potente del perdere ogni credibilità diventando zimbello? Ma avete idea di quanto si siano divertiti i cybernauti durante questa campagna elettorale grazie alla cecità di uno stile comunicativo vetusto e senza fascino? Pensate solo alle #morattiquotes e alle #pisapiaquotes e valutate questo semplice assunto: entrambi gli hashtag si prendono gioco di donna Letizia. Per non parlare poi delle #redronniequotes, ovvero dell’attacco che Internet ha sferrato contro uno dei sostenitori della campagna Moratti per aver provato a diffondere altre menzogne sul conto di Giuliano Pisapia.

Facebook usato come bollettino eventi e/o album fotografico

Dopo il risultato del primo turno e in vista del ballottaggio di Milano, la Moratti sembra aver capito l’errore commesso in materia di social media. E, infatti, abbandona la vecchia pagina che contava appena 3.000 fan e che era stata lasciata alla mercé degli insulti dei sostenitori di Pisapia ed ha virato in maniera decisa verso un approccio più adeguato alla contemporaneità.

Ecco il confronto tra le due pagine:

Grande cambiamento (all’apparenza), e certo qualche miglioramento c’è stato. Leggendo il post contenuto nella prima immagine, infatti, viene sonno dopo appena due parole e non certo per contenuto, quando per la forma. Tant’è vero che, in oltre diciannove ore, raccoglie 10 like e 6 commenti. In pratica: l’intervento non ha avuto il minimo peso sul web. La nuova pagina, invece, in pochissimi giorni dalla messa online porta i fan da 3.000 ad oltre 33.000 (un exploit che mi limito a definire sospetto…), aumentano i like e i commenti ma i contenuti non migliorano granché. Il nuovo profilo Facebook della Moratti è un’accozzaglia di foto, racconti che vorrebbero essere strappalacrime ma di cui la rete si fa beffe per via di un utilizzo strumentale fin troppo smaccato (ne è un esempio piuttosto rappresentativo la nota “Mio nonno Romolo“) e messaggi del tipo “Alle 12.00 Letizia Moratti sarà al mercato di via Osoppo. Da lì aggiornerà il suo Foursquare”. Ma come si fa ad aumentare l’engagement se si fa parlare il profilo di un candidato in terza persona? È chiaro che non è Letizia Moratti in persona a gestirlo, ma gli utenti parlano con lei, sostengono lei e dovrebbero sentir parlare “lei” non un biografo che ne riporta parole e gesta.

Ma non è tutto. Avete notato il nuovo nome della campagna web: MiRispondi. Carino, no?

Peccato che non sia originale. Eh già, perché non ci si è neppure sforzati di individuare una formula di comunicazione inedita, ed si è preferito “far propria” l’idea utilizzata da qualcun altro e, nello specifico, da Stefano Boeri -candidato del centrosinistra per le primarie di Milano- che, per l’appunto, aveva lanciato una campagna che giocava con la sigla “MI” in varie declinazioni: MI vota, MI sostiene, MI diverte e -sorpresa sorpresa- MI risponde…

Seriously?

Ora, volendo anche pensare che questa campagna sia passata così in sordina da non essere arrivata alle orecchie della Moratti e dei suoi, e che -quindi- non l’abbiano spudoratamente copiata, come si può non informarsi sulla possibilità che qualcuno (che per altro è parte dell’opposta fazione in campo!) possa aver già utilizzato lo stesso tipo di comunicazione e, per di più, proprio in una fase iniziale della campagna ancora in corso?

Eppure, incredibile ma vero, la social media tragedy della Moratti non si ferma qui.

Il caso Sucate, la Moschea di via Puppa

Ora: già essere milanese e non domandarsi da dove sia saltato fuori il nome di quartiere mai sentito prima significa dare per scontato che non si conosce tutta la città (e questo non è che deponga proprio bene per un candidato sindaco…), ma non accorgersi dell’evidente canzonatura nascosta dietro i nomi “Sucate” e “Puppa” mi sembra a dir poco ingenuo! Anche in questo caso, la rete si è fatta beffe delle dichiarazioni allarmistiche del PDL che prefigurava scenari post-apocalittici nel caso di una vittoria di Pisapia (la città sarà in mano ai centri sociali, vuole riempire Milano di moschee…) ed ha deciso di provare a dar vita all’ennesimo effetto boomerang di questa campagna.

Dopo aver compreso di aver sbagliato la strategia sui social media, la Moratti e i suoi si sono impegnati molto nel tentativo di costruire una relazione con gli elettori, promettendo di rispondere alle loro domande attraverso Facebook, un sito dedicato e -naturalmente- Twitter. L’account della Moratti, però, sembrava ospitare risposte poco “umane”, spesso troppo simili tra loro e al limite dell’automatismo. Per questa ragione, un utente ha tentato di cogliere in fallo il responsabile dell’account postando il seguente tweet:

@letiziamoratti il quartiere Sucate dice no alla moschea abusiva in via Giandomenico Puppa!! Sindaco rispondi! #mirispondi#sucate

Naturalmente, non esiste alcun quartiere dal nome Sucate, non esiste Via Giandomenico Puppa e non c’è nessuna moschea abusiva in costruzione, ciononostante, lo staff della Moratti risponde prontamente:

@orghl nessuna tolleranza per le moschee abusive. I luoghi di culto si potranno realizzare secondo le regole previste dal nuovo Pgt

E la replica, se possibile, è ancora peggio.

@orghi al piccolo #elfo a cui avevo lasciato l’account è stato spiegato che#sucate non #soncose

Volendo soprassedere sul fatto che l’utente che ha fornito la prima risposta si identifica come orghl mentre quello che replica sostenendo di aver “lasciato il suo account” nelle mani di un piccolo aiutante di Babbo Natale si identifica come orghi, come si può pensare di superare una tale debacle comunicativa dicendo “è stato qualcun altro a parlare per me”? È sempre qualcun altro a parlare per conto e per bocca dei candidati! Il punto, semmai, è un altro: quando una campagna elettorale si fonda su presupposti deboli e, in massima parte, sulla strategia dell’attacco ingiustificato e strumentale al principale concorrente, prima o poi si crolla sotto il peso della vacuità delle proprie parole, si viene sbugiardati e di argomenti per sostenere la propria causa non ne restano più.

Questo non è più il tempo della televisione, il tempo del monologo unilaterale che -al massimo- fingeva di dialogare con qualche giornalista-zerbino, questo è il tempo della rete, e la rete non si compra, non si governa, non si indirizza (o almeno non ancora).

Una cosa è certa però, grazie alla social media tragedy della campagna elettorale di Donna Letizia, cambieranno molte cose nelle strategie comunicative della politica italiana.

Ed era anche ora.

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