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Privacy in rete e diritto al dissenso: tutto il mondo è cinese

A puntare il dito sono buoni tutti, più difficile è rivolgerlo verso se stessi (il dito). Per lungo tempo i paesi occidentali hanno fatto della Cina un bersaglio per via delle pratiche censorie nei confronti dell'informazione e del web, ma poi si sono comportati alla medesima stregua dei "colleghi" cinesi e, ora, gli USA cominciano a invadere anche la posta di liberi cittadini...

Privacy in rete e diritto al dissenso: tutto il mondo è cinese.

Fateci caso: fino a un anno fa sembrava che tutti i mali del mondo fossero confinati in Cina e che nessuna nazione  potesse esserle paragonata quanto a oscurantismo. Il mondo intero ha levato un unanime grido di rabbia e indignazione quando, persino in seguito all’assegnazione del Nobel, la Cina si è rifiutata di liberare Liu Xiaobo, cyber-rivoltoso e volto simbolo di una pacifica ma ostinata lotta contro il governo di Pechino. Persino Obama ne rivendicò il rilascio, eppure, pochi mesi dopo, un altro cinese è stato incarcerato con accuse ridicole (si tratta del celebre artista Ai Weiwei, detenuto da aprile) ma siccome nessuno ha offerto un Nobel anche a  lui l’indignazione e le grida di protesta da parte dei governi democratici sono durate molto meno…

Fino a pochissimo tempo fa, i premier del mondo facevano a gara a chi si svegliava prima e pronunciava l’invettiva anti-Cina del giorno, perché si trattava di una repubblica indegna di questo nome che non garantiva il diritto alla privacy, al pluralismo, al dissenso… Il civilissimo occidente non faceva che riempirsi la bocca di parole come diritti all’informazione, libero accesso alla rete e una vagonata d’altri luoghi comuni che sono ormai luoghi rarissimi, (tanto che nessuno sa ben dire dov’è che risiedano esattamente).

E ora? Ora accade che se volessimo raccontarvi ogni giorno degli attentati alla privacy, al web, al pluralismo e alla libera circolazione della cultura che i civilissimi Stati Uniti e la democraticissima vecchia Europa stanno mettendo in campo occuperemmo la totalità del nostro (e del vostro) tempo.

Ultima novità in tal senso è l’ordine di forzare -in segreto- la casella Gmail del volontario di Wikileaks Jacob Appelbaum che, guarda caso, è anche un membro chiave del TOR project (sistema che consente la navigazione anonima e che protegge la vita e il lavoro di moltissimi dissidenti in ogni parte del mondo). L’ordine è arrivato direttamente dal governo USA, e Google lo ha eseguito. BigG ha chiesto di poter informare Appelbaum e gli è stato risposto di no.

Fine della storia.

Quindi proviamo a riassumere quella che sembra la posizione degli USA in merito alla libertà di informazione: la Cina sbaglia a censurare il web per evitare che circolino informazioni che (a giudizio del governo di Pechino) mettono a rischio la sicurezza nazionale, ma gli Stati Uniti non sbagliano a violare la privacy e perseguitare chi ha contribuito a rivelare via Web informazioni che (a loro giudizio) mettono a rischio la sicurezza nazionale…

Sono l’unica a vedere la contraddizione?

Il problema, infatti, non è solo Jacob Appelbaum a cui per il momento è stata solo violata la privacy, c’è anche il caso Bradley Manning, incarcerato e forse seviziato perché sospettato di essere stato tra le principali fonti di Julian Assange. “Ma lui è un militare” diranno molti. E in quale paese un militare che rivendica il diritto a raccontare la verità ha meno diritti di uno scrittore che rivendica il medesimo diritto? Ve lo dico io in quale paese: in un paese in-civile, in un paese non-democratico.

Eppure fino a pochissimo tempo fa, specie nel periodo della guerra tra Google e la Cina, tutti si affrettavano a stigmatizzare  il governo di Pechino come un regime che impediva il diritto alla dissidenza, che taceva orribili verità e imbavagliava chiunque tentasse di dar voce a prospettive altre… Tutti sembravano agghiacciati dalla consapevolezza che in Cina si incarceravano i dissidenti, li si spiava, il web veniva censurato, venivano compiuti arresti preventivi, sevizie carcerarie, perquisizioni illecite…

Hillary Clinton, il governo italiano (e quelli inglesi, francesi, tedeschi…) non perdevano occasione per fare alla Cina una bella lezioncina di morale e libertà. E allora tutti a dire che non si fa così, che la libertà è sacra, che l’informazione è sacra, che la vita umana è sacra, che persino Internet è sacro e stai a vedere che -prima o poi- diventerà pure un dono di dio…  In fondo, non c’è miglior retorica di quella che ruota intorno alla parola “libertà”. La parola più comoda del mondo. Molto (molto) più comoda della parola giustizia.

La libertà è un abito che non passa mai di moda. È come il nero, sta bene su tutto. Tanto (a ben guardare) significa poco e niente.

Eh sì, perché, fateci caso. Da qualche mese a questa parte, la cantilena è cambiata. Ora si parla di libertà di difendere la ragion di stato e i “diritti” dei cittadini. Improvvisamente la Cina non è più il male assoluto, il luogo della vessazione e delle politiche illiberali, e persino coloro che l’hanno invocata per decenni come spettro e deriva politica di ideologie troppo orientate al rispetto dei diritti e alla certezza della pena per il delinquenti, alla fine, hanno mendicato il suo aiuto.

Vive la cohérence.

E allora il governo francese vara l’Hadopi e Sarkozy parla di Internet da “civilizzare”, quello inglese accenna a una possibile chiusura dei social network se si renderanno colpevoli di accendere altre proteste, quello italiano si ostina a ignorare il fatto che l’Agcom stia legiferando (male) pur non avendo tale diritto costituzionale, condisce il tutto con una proposta di Hadopi caciotta e pecorino e rimette in campo la legge bavaglio come assoluta priorità del governo. (Del resto, tutti i cittadini italiani stanno invocando la legge bavaglio, no? Si tratta di un’incontestabile priorità vista la situazione politico-cultural-finanziario-economica… No?)

Ma a che cosa sarà dovuto questo cambio di atteggiamento dei governi democratici rispetto al tema della censura del web? Forse il governo di Pechino ha mutato i suoi costumi senza comunicarlo alla comunità internazionali… Forse i cinesi -oggi- sono liberi di esprimere il loro dissenso e i nemici dello stato hanno riguadagnato la dignità di uomini liberi e amati figli della patria?

In realtà, no. Anzi. Xiaobo e Ai Weiwei marciscono silenziosamente in galera e la cyber-censura non ha fatto nessun passo indietro.

Qualcosa, però, è successo. Non in Cina, bensì nel resto del pianeta:

  • è scoppiato il caso Wikileaks e ha coinvolto i potenti di mezzo mondo;
  • la primavera araba ha dimostrato che il mancato controllo della rete può diventare pericoloso per i governi che non operano per il bene dei loro popoli;
  • si è scoperto che nell’era dei social network le menzogne hanno le gambe più corte e che -talvolta- accade che i dissidenti non si limitino a dissentire pacatamente, può capitare che sovvertano l’ordine costituito.

Loro malgrado, i governi occidentali hanno dovuto ammettere che la Cina era davvero avanti e che, a volte, la ragion di stato “richiede sacrifici”. Ed ecco che Bradley Manning viene incarcerato e si smuove mezzo mondo per estradare Julian Assange. Perché -in fondo- libertà è anche libertà di censura, di invasione della privacy, libertà di perquisire e arrestare preventivamente per il bene della popolazione… Sempre che tutto ciò avvenga in nome di un’altra espressione sempreverde (e in virtù della quale sono state commesse tra le peggiori vergogne della storia): la sicurezza nazionale.

E a questo punto, di grazia,  che differenza c’è con la Cina?

La sicurezza nazionale è la stessa scusa motivazione che utilizza il governo di Pechino. E, negli ultimi mesi, i governi occidentali devono aver notato questa corrispondenza e hanno dovuto ammettere (tacitamente, s’intende) che non c’è grande differenza nell’approccio “filosofico” alla censura (fortunatamente ce n’è ancora tanta sia nel volume che nelle pratiche) e che esiste una sostanziale comunanza di intenti che, evidentemente, li lega al governo di Pechino. E, così, in un ultimo scampolo di decenza, hanno deciso che è ora di smetterla di accusare il governo cinese di essere illiberale, qualcuno potrebbe notare l’ipocrisia.

Piccolo update (tanto per gradire e confermare l’intero teorema…):

I celebri hacker tedeschi del “Caos computer club” hanno appena lanciato una pesantissima accusa al governo di Angela Merkel, quella di spiare i suoi cittadini per mezzo di un un software  a cui è già stato affibbiato il triste pseudonimo di Bundestrojaner: cavallo di Troia del bund federale.

Un’altra triste riprova del fatto che tutto il mondo è cinese. Smettiamola con le ipocrisie.

Approfondimenti: Censura Web

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