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Report sulla censura in Internet: la Cina guida la classifica

Info-grafica sulla situazione della censura di Internet nel mondo, ma esiste una censura buona? E come si inserisce la questione WikiLeaks in tutto questo?

Report sulla censura in Internet: la Cina guida la classifica.

Quando si parla di censura in Internet è molto facile cadere nella retorica che vorrebbe schierati paesi buoni contro paesi cattivi; le nazioni della libertà contro le nazioni dell’oscurantismo, ovviamente non è così e, prima di passare all’analisi dell’info-grafica fornita dal sito work.up in merito alla situazione della censura del web nel mondo, vale la pena di chiarire subito un punto, e per farlo occorre, innanzitutto, rispondere sinceramente ad una domanda: esiste una censura buona? Naturalmente sì.

Nessuno pretende, ad esempio, che uno snuff movie sia libero di circolare in rete senza filtri. Si tratta, infatti, di pseudo-film in cui gli attori muoiono sul serio e, sebbene la loro esistenza sia per lo più leggendaria, nessuno sarebbe così folle da sostenere che andrebbero diffusi senza censura. E possiamo dire lo stesso di siti o contenuti che inneggiano al terrore o che risultano pesantemente offensivi per la dignità altrui. Ma c’è un limite oltre il quale non si dovrebbe andare, e quel limite è la verità. Sebbene un assunto del genere possa essere facilmente considerato il frutto di una retorica vana e staccata dalla realtà, io credo sia legittimo sostenere che chiunque censuri il racconto della verità storica può dirsi condannabile. Insomma, l’unica differenza tra Cina e Usa sta nel volume, non nel metodo; nel “quanto” e non nel “cosa”. Entrambi avallano strategie censorie al fine di “proteggere la sicurezza nazionale” e poco importa se Pechino insabbia 1000 documenti e Washington “solo” 100, c’è sostanziale concordanza sugli intenti.

A dimostrazione della validità di quest’assunto si consideri la questione Wikileaks, la relativa persecuzione politica di Julian Assange e l’incarcerazione di un soldato, Bradley Manning, sospettato di aver divulgato informazioni riservate a proposito di una strage di civili occorsa in Afghanistan e taciuta dal governo USA. E’ legittimo credere che gli States stiano agendo per il bene della nazione e non per il mantenimento del potere, per necessità e non per opportunismo, ed anche se io non lo credo sono pronta ad avallare quest’approccio, ma nulla cambia nella sostanza. Pechino ha censurato le notizie riguardanti il massacro di piazza Tienanmen e, volendo adottare la stessa indulgenza riservata all’operato degli USA, lo ha fatto per difendere un “bene superiore” ed evitare sommosse popolari, lo ha fatto per mantenere la sicurezza nazionale. Chi appoggia la diplomazia statunitense sulla necessità di censurare fonti come WikiLeaks dev’essere pronto a sostenere le scelte di Pechino in materia di censura.

E non si faccia l’errore di credere che la censura della rete sia roba da superpotenze, che i governi delle piccole nazioni non abbiano alcun enorme scandalo da dover proteggere imponendo il silenzio del web. Certo, ci sono paesi in cui gli scandali non sortiscono effetto sulle decisioni dell’elettorato, ma -in generale- si preferisce comunque preservare i propri scheletri nell’armadio da sguardi indiscreti. Non si sa mai. Per avere una piccolissima panoramica sulla “censura minuta”, quella di cui non si parla, Google ha messo a disposizione degli utenti uno strumento che si chiama Google Transparency in cui vengono indicati, nazione per nazione, il numero dei dati personali di cui viene fatta richiesta a BigG e il numero dei documenti di cui è stata imposta la cancellazione. Naturalmente, non è possibile sapere quanti di quei contenuti fossero, effettivamente, da censurare e quali fossero legati a notizie che si preferiva tenere segrete, ma possiamo dirvi che, dal governo italiano, da gennaio a giugno 2010, sono partite 651 richieste di dati e 69 richieste di rimozione contenuti.

Detto questo, passiamo a fare una rapidissima analisi del report sulla censura in Internet, realizzato da work.up attraverso la consultazione di fonti come: OpenNet InitiativeReporters Without BordersInternet World StatsWolfram Alpha.

Cominciamo con l’asserire che il fenomeno ha proporzioni globali preoccupanti, e non solo perché affligge pesantemente il 25% della popolazione del pianeta, ma perché la sua diffusione capillare penetra il globo da est ad ovest, tanto che l’eventuale costituzione di un’associazione dal nome “Censure sans frontières” non mi stupirebbe più di tanto. Facile ironia a parte, secondo il report sono almeno 12 i paesi che applicano la censura in maniera pesante e sistematica. Il quadrumvirato al vertice di questa poco gradevole classifica è composto dalla solita Cina, dall’Iran, dal Vietnam e, a sorpresa, dall’Egitto. Il risultato finale è che almeno 1.72 miliardi di esseri umani vivono sotto il giogo della censura. Ma il vero problema, che è anche la ragione per cui alcuni paesi vengono considerati più pericolosi di altri in materia di censura, sono le incarcerazioni che hanno come motivazione l’ utilizzato della rete a scopi “sovversivi”. In Cina, ben 72 persone sono detenute per reati direttamente collegabili allo sfruttamento di Internet, 17 in Vietnam, 13 in Iran, 4 in Syria e 2 in Egitto. In merito alla situazione in Korea del Nord, sebbene il regime censorio sia cosa nota, non è stato possibile reperire informazioni, il che, di per sé, non è un dato che depone a favore della Korea.

Approfondimenti: censura in Internet, Wikileaks

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