È stato condannato a 5 anni di reclusione in Corea del Sud per ben cinque capi d'accusa: corruzione, appropriazione indebita, trasferimento illegale di fondi all'estero, occultamento delle prove e falsa testimonianza. Lee Jae-yong, vicepresidente del gruppo Samsung nonché erede designato della compagnia, ha sempre negato le accuse spiegando che non poteva conoscere tutte le decisioni prese all'interno del gruppo che comprende 60 aziende.

Secondo le autorità, tuttavia, la questione è ben diversa: il vice presidente della Samsung Electronics avrebbe promesso o versato 43,3 miliardi di won (38,3 milioni di dollari) a Choi Soon-sil, la confidente e "sciamana" del capo dello stato Park Geun-hye. L'operazione avrebbe consentito l'autorizzazione ad accedere al fondo pensione pubblico che sarebbe stato utilizzato per rafforzare il suo controllo sulla catena di comando del gruppo e assicurarsi di succedere al padre Lee Kuhn-ee che da circa tre anni si trova in un letto di ospedale, probabilmente in coma o, secondo altri, addirittura morto. Di questa cifra, circa 20,4 milioni di won sarebbero finiti alle fondazioni Mir e K Sports, entrambe riconducibili a Choi. Nel mese di ottobre si terrà una nuova udienza dove verranno ascoltate l'ex presidente e la sciamana che con buona probabilità riaccenderanno i riflettori su quello che in Corea del Sud è stato definito il processo del secolo.

Le indagini proseguono ormai da diversi mesi e avevano già coinvolto il vicepresidente, il cui arresto era però stato negato da un giudice a gennaio. Nel mese di febbraio poi la procura ha ribaltato la decisione e ha arrestato il manager di Samsung, accusandolo di aver versato tangenti a realtà collegate alla Choi, la sciamana che insieme alla Park avrebbe spinto il National Pension Service ad approvare la fusione tra Samsung C&T e Cheil Industries, manovra che avrebbe favorito la famiglia a capo dell'azienda.