La difficoltà di recensire un dispositivo per la realtà virtuale è quasi pari allo stupore che si prova quando lo si indossa la prima volta e ci si trova immersi in un mondo completamente nuovo, nel quale è possibile guardarsi attorno e interagire con una serie di elementi digitali con modalità di controllo (quasi) naturali. L’abbiamo visto con Oculus Rift, lo rivediamo con il Gear VR di Samsung, il visore realizzato dal colosso di Seul proprio in collaborazione con l’azienda acquisita da Facebook mesi orsono, che a differenza del “fratello maggiore” per PC è in grado di funzionare totalmente senza fili, sfruttando il display, giroscopio, accelerometro e potenza di calcolo del Galaxy Note 4. Insomma, è un accessorio venduto a 199 euro in versione singola o a 249 in bundle con il gamepad bluetooth, che per funzionare necessità di un dispositivo mobile che ne costa almeno il quadruplo.

Un accessorio costoso, un accessorio divertente (soprattutto per i più nerd dei nerd), un accessorio che rappresenta un traguardo molto importante per Samsung: quello di essere riuscita per la prima volta a progettare e vendere un dispositivo per la realtà virtuale adatto al grande pubblico. Anche se non a tutti.

Il Samsung Gear VR verrà venduto dalla seconda settimana di Febbraio assieme a una MicroSD – da inserire nel Note 4, di fatto l’unico dispositivo compatibile con il visore – contenente una suite software realizzata proprio da Oculus, che permetterà a chi ha acquistato il dispositivo di immergersi subito nella realtà virtuale, a patto che si sia inserito il Note 4 nell’apposito scomparto e che lo si abbia connesso tramite il plug microUSB integrato nel casco. E dopo aver inserito la micro SD e collegato il phablet al Gear VR il gioco è fatto: si potrà quindi subito indossare il visore (il grandissimo visore, per dirla tutta) e avviare l’applicazione dedicata: ci sarà la possibilità di navigare in uno store digitale dedicato alle app in grado di sfruttarne le capacità, si potrà accedere alla propria libreria e si potranno avviare le applicazioni di sistema, che permetteranno di impostare il Gear VR in base alle proprie necessità.

Ma come riesce il sistema a generare un video in 3D e permettere lo spostamento dell’inquadratura con il semplice movimento della testa? fondamentalmente non è nulla di nuovo, ma per capirlo bene bisogna procedere con ordine. L’effetto stereoscopico, quello 3D per intenderci, è generato con la tecnologia SBS (side-by-side) che prevede una divisione dell’immagine visualizzata sul display del Note 4 in due sezioni simmetriche, che ovviamente riproducono due flussi video sincronizzati e caratterizzati da un angolo di visuale leggermente diverso, uno per ogni occhio. Il movimento che segue la testa invece è ovviamente possibile grazie all’utilizzo del giroscopio e dell’accelerometro integrati nel phablet di Samsung, anche l’incaricato dell’azienda mi ha sottolineato la presenza di ulteriori sensori integrati nel casco.

Per sfruttare a pieno i giochi realizzati con questa modalità di visualizzazione è praticamente d’obbligo un gamepad bluetooth, al punto tale che alcuni dei titoli compatibili con il Gear VR non si avvieranno neppure se non rileveranno la presenza del controller, e la possibilità di interazione con i vari menu che si visualizzeranno utilizzando il visore è gestita da un trackpad posto sul lato destro del visore, sulla falsariga di quanto visto nei Google Glass, ma a differenza di quanto accade con gli occhiali di Big G, quando si utilizza il sistema di Samsung e Oculus si prova una sensazione strana, difficile da descrivere con le parole, molto probabilmente dovuta al fatto che quando si indossa il Gear VR non si vede null’altro – quindi neppure le proprie mani – se non gli elementi digitali.

La mission di Samsung con il Gear VR è comunque molto chiara: rendere un dispositivo per la realtà virtuale il più user friendly possibile. E c’è riuscita, soprattutto se lo si paragona agli Oculus Rift (che per quanto possano essere potenti, sono altrettanto complicati da utilizzare) oppure agli altri visori 3D per dispositivi mobili che seppur non limitati a un solo dispositivo, in realtà sono caratterizzati da un utilizzo molto macchinoso, che di certo farebbe stancare l’utente in men che non si dica.

Insomma, se si considerasse esclusivamente il processo produttivo, ergonomia e l’ecosistema che Samsung e Oculus sono riusciti a creare con il Gear VR, sarebbe quasi naturale parlare di una svolta importante per questa tipologia di tecnologia, ma ovviamente l’entusiasmo è frenato da una serie di limitazioni molto importanti che accompagnano il visore per la realtà virtuale del colosso di Seul, a partire della compatibilità esclusiva con un unico dispositivo, un freno enorme per la diffusione di questo accessorio: è palese che se un accessorio non è venduto, gli sviluppatori non gli danno attenzione, e di conseguenza chi lo ha acquistato si ritrova con un dispositivo dalle grandi potenzialità ma dalle poche possibilità di utilizzo reali, proprio perché mancano le applicazioni e i giochi.

Ed è proprio questo uno dei limiti più importanti del Gear VR: siamo solo agli inizi è chiaro, ma almeno attualmente ci si può fare veramente poco. Ok, indossarli per la prima volta e rimanere a bocca aperta per l'effetto che si ha quando ci si immerge nella realtà virtuale è pazzesco, ma è una sensazione che dura poco e dopo qualche minuto di stupore è chiaro che ci si domanda a cosa servono e soprattutto perché bisognerebbe acquistarli.

Il Gear VR sarà utilizzabile grazie a una serie di applicazioni, giochi ed “esperienze” scaricabili gratuitamente tramite lo store digitale dedicato (raggiungibile sia tramite smartphone che indossando il casco per la realtà virtuale): si spazia tra gli spartutto in prima persona – chiaramente in 3D – nei quali ci si muove tramite il gamepad bluetooth e ci si può guardare intorno semplicemente girando la testa, fino ad arrivare a un concerto dei Coldplay che non solo si potrà vedere in 3D, ma nel corso del quale ci si potrà guardare intorno semplicemente muovendo la testa, in modo da focalizzare la propria attenzione su uno dei membri della band o addirittura sul pubblico.

Tenendo premuto il tasto home posto sul lato destro del visore, proprio in alto al trackpad, si attivano le impostazioni, che permetteranno di ricalibrare l’angolo di visuale, di modificare la luminosità e le modalità di visualizzazione delle notifiche (che compariranno con un popup dall’aspetto grafico poco piacevole) e attivare la modalità camera see-through, grazie alla quale si potrà vedere cosa accade “nel mondo reale” anche indossando il casco.

Insomma, è tutto molto complicato. Per giudicare un dispositivo come il Gear VR bisogna tenere in considerazione una serie di fattori, e farlo con la consapevolezza che in realtà non si tratta di un prodotto destinato al grande pubblico (e la conferma è la decisione di Samsung di venderlo esclusivamente nel proprio store online). Samsung e Oculus ne hanno esaltato la portabilità, ma in realtà per quanto possa essere comodo, il Gear VR è ancora eccessivamente ingombrante, e se vogliamo dirla tutta non è per niente adatto alle persone che indossano occhiali da vista e in alcune condizioni d’utilizzo (quando la sudorazione è superiore alla media) le ottiche interne corrono il rischio di appannarsi. Insomma, non riesco a immaginare una persona che porti questa tipologia di dispositivo con se in viaggio, se non per guardare qualche film nel corso di un lungo spostamento.

Inoltre nonostante sfrutti il display del Note 4, la risoluzione del Gear VR è relativamente bassa, e potrebbe sembrare insufficiente per godersi a pieno le proprie immagini e i propri film.

Ma per comprendere a pieno un un dispositivo come il Gear VR bisogna avere la mente aperta e immaginarlo utilizzato con scopi ben precisi: ad esempio per l’educazione, per offrire un’esperienza immersa a un potenziale acquirente di un’auto (come, tra l’altro, sta facendo Fiat con la nuova 500 e gli Oculus Rift), per visitare virtualmente e senza limitazioni un museo oppure per rilassarsi in casa e dare un taglio alla realtà entrando in un mondo del tutto diverso da quello “di tutti i giorni”, allora il Gear VR inizia ad avere senso. E’ un dispositivo divertente, ben realizzato, non perfetto, ma è senza ombra di dubbio il primo visore per la realtà virtuale progettato e strutturato per rendere naturale e integrata questa tecnologia anche ai non espertissimi del settore.