Cinque aziende, cinque colossi del web che, se formassero una nazione, andrebbero a creare la quinta più ricca del mondo. Sono Apple, Microsoft, Facebook, Amazon e Alphabet (holding di Google); vere e proprie corazzate finanziarie capaci di fare impallidire persino le banche che venivano considerate troppo grandi per fallire. Si parlava di realtà caratterizzate da valutazioni pari a centinaia di miliardi di dollari, cifre elevatissime ma lontane anni luce dalla capitalizzazione dei Big 5 del mondo tech, che in borsa valgono 3.000 miliardi di dollari, pari al 50 percento in più del Pil dell'Africa.

Se queste cinque realtà formassero una nazione, sarebbero la quinta più ricca del mondo davanti alla Gran Bretagna. D'altronde la crescita in borsa delle azioni delle Big 5 è impressionante e in continuo rialzo, dal +14 percento di Microsoft al +32 percento di Apple, Alphabet e Facebook. Così come è impressionante il ritorno economico per i primi investitori: chi aveva puntato mille euro su Apple nel 1998 ora ha un ritorno di 320.000 euro, mentre Google e Facebook hanno messo nelle tasche degli investitori rispettivamente 3.378 e 3.979 euro, sempre a fronte di un investimento di 1.000 euro 19 anni fa.

Ma i veri tesori sono quelli nelle tasche delle aziende, che infatti ora si apprestano a lanciarsi nei progetti più disparati, dai droni per collegare tutto il mondo di Facebook alle missioni spaziali del patron di Amazon. D'altronde stiamo parlando di aziende che ormai valgono più di interi paesi, come Apple che con i suoi 800 miliardi supera la Borsa di Milano e il Pil dell'Olanda. Senza parlare del confronto con i grandi dell'economia reale, fisica: nel 2016 la catena Walmart ha fatturato 478 miliardi, 15 miliardi di utili e ha 2,3 milioni di dipendenti. Amazon ha fatturato "solo" 135 miliardi, con un utile di 2,3 miliardi e 341.000 dipendenti. Eppure in borsa Walmart vale la metà del colosso di Bezos. Se poi si tira in mezzo Apple la differenza è abissale: vale il triplo di Coca Cola e della Disney e il quadruplo di McDonald's.

Un risultato dovuto (anche) alle importanti manovre politiche e finanziarie che caratterizzano la loro operatività. Innanzitutto per il forte lobbismo, nel quale investono circa 60 milioni di dollari all'anno, e poi per gli accordi fiscali che gli consentono di pagare molte meno tasse della concorrenza e dei cittadini, facendo transitare i profitti nei paesi con i quali sono stati stretti patti di agevolazione fiscale in cambio di presenza operativa e posti di lavoro. Così l'aliquota oscilla tra il 15 percento di Microsoft al 20 percento di Alphabet, molto lontane dal 40 percento di Fca e il 35,4 percento di Luxottica. Senza parlare dei circa 400 miliardi non tassati "parcheggiati" in paradisi offshore da tutti i Big 5. Un approccio che ora Trump vorrebbe contrastare facendo rientrare questo grande tesoro, procedura alla quale i lobbisti hanno acconsentito solo ad una condizione: che la tassazione venga applicata in forma ridotta al 10 percento rispetto al 35 percento, con un risparmio di 90 miliardi di dollari.