Se Donald Trump si fosse trovato al posto di Truman 65 anni fa e avesse imposto lo stesso blocco dell'immigrazione ordinato dal nuovo Presidente degli Usa, probabilmente oggi Apple, una delle aziende più grandi e remunerative al mondo, non esisterebbe. Il fondatore dell'azienda di Cupertino, Steve Jobs, è stato adottato poco dopo la nascita, nel 1955: i suoi genitori biologici erano Abdul Fattah Jandali e Joanne Carol Schieble, due studenti incontratisi durante gli studi presso l'Università del Wisconsin. Jandali è nato in Siria nel 1931 ed è emigrato da Beirut nel 1949. In breve, era un immigrato.

Se Trump avesse emanato l'ordine esecutivo nel 1949, bloccando l'immigrazione da sette paesi a maggioranza islamica, a Jandali sarebbe stato probabilmente impedito gli ingresso negli Stati Uniti. Senza questo viaggio, il padre di Steve Jobs non sarebbe mai andato a studiare nell'Università del Wisconsin e non avrebbe mai incontrato Schieble. Allo stesso modo, la coppia non sarebbe potuta ritornare in Siria nel 1954: Schieble ha scoperto di essere incinta di Steve poco dopo quel viaggio. Lo stesso Jobs è stato spesso rappresentato come un rifugiato, anche dall'artista Banksy, che nel 2015 lo aveva dipinto in un campo profughi francese: zaino in spalla e Macintosh in mano.

steve jobs 60 anni

Nel caso della storia della sua famiglia biologica, però, l'eventuale presidenza di Trump e il conseguente blocco dell'immigrazione avrebbero di fatto impedito al futuro fondatore di nascere. Una persona talentuosa come Jobs avrebbe potuto creare Apple ovunque, ma se Jandali non fosse entrato negli Usa non avrebbe mai incontrato Scieble e la coppia non avrebbe mai concepito Steve Jobs. E senza Steve Jobs non ci sarebbero stati Apple, i Mac e la rivoluzione dell'interfaccia utente. Non ci sarebbe stato il suo ritorno in azienda nel 1997 né gli iPhone.

Durante la sua vita Steve Jobs non ha mai incontrato Jandali e ha sempre dimostrato scarso interesse nelle sue radici siriane. Anche durante la primavera araba, il fondatore di Apple non ha mai rilasciato opinioni forti come era solito fare in altre circostanze. "Non penso che nessuno sappia cosa si dovrebbe davvero fare lì" aveva spiegato a Walter Isaacson durante le interviste per la sua biografia. "Se fregato se fai qualcosa e sei fregato se non fai niente". È difficile, quindi, sapere se Steve Jobs avrebbe risposto al blocco con la stessa forza che sta caratterizzando le dichiarazioni di Tim Cook, l'attuale CEO dell'azienda.

Ovviamente non siamo nel 1949 o nel 1955 e probabilmente Trump, a metà dello scorso secolo, avrebbe bloccato l'immigrazione da un gruppo di paesi completamente diversi. Nel (vero) 1950 il Congresso americano ha provato a deportare gli immigrati membri del partito comunista, ma Truman pose il veto sulla proposta. L'esercizio mentale dell'immaginarsi un passato diverso, però, rappresenta un importante promemoria di come decisioni di questo tipo possano influenzare l'innovazione. Le menti più talentuose del mondo non sono racchiuse all'interno di paesi confinanti o appartenenti allo stesso continente e proprio la varietà culturale dei dipendenti si sta dimostrando uno degli elementi più importanti per le aziende americane. Non stupisce che la risposta della Silicon Valley alle nuove politiche sia stata immediata, decisa e protezionista nei confronti dei propri dipendenti bloccati all'estero.

Il motivo è semplice: la cultura della diversità come pregio non è esclusiva di Apple. Steve Jobs non è l'unico imprenditore che, con un ordine simile a quello imposto da Trump negli scorsi giorni, non avrebbe mai avviato un'azienda in grado di diventare una delle più grandi al mondo. Google è stata fondata da un immigrato russo (Sergey Brin), AT&T da un immigrato scozzese (Alexander Graham Bell), Goldman Sachs da un immigrato tedesco (Marcus Goldman), eBay da un immigrato francese (Pierre Omidyar) e Yahoo da un immigrato di Taiwan (Jerry Yang). Il 51 percento delle aziende miliardarie americane è stato fondato da immigrati. Senza parlare degli attuali CEO come Sundar Pichai, amministratore delegato di Microsoft e immigrato indiano. La diversità ha dimostrato di essere la forza portante della Silicon Valley, un punto di riferimento non solo per le posizioni manageriali ma anche e soprattutto per la capacità di raccogliere talenti da tutto il mondo. Bloccarne l'ingresso avrebbe come effetto solo quello di impedire la nascita del nuovo Steve Jobs.