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Steve Jobs muore, finisce un’epoca, e non tutti sembrano capirlo

La morte di Jobs dovrebbe innescare una riflessione profonda su quanto la tecnologia stia penetrando il cuore stesso dell'umanità. Al pari degli artisti, delle grandi figure politiche e culturali gli innovatori assurgono a semi-dei. Invece di criticare questo incontestabile stato di fatto, varrebbe la pena chiedersi: perché?

Steve Jobs muore, finisce un'epoca, e non tutti sembrano capirlo.

Steve Jobs è morto. E sono tante, forse troppe le voci dissonanti che arrivano da ogni parte del mondo.

Un turbinio di suoni in cui il cordoglio si mescola a commenti fuori luogo, agli improperi di chi sostiene che muore tanta gente e nessuno se ne accorge, oppure semplicemente che chi se ne frega, o ancora che Apple ignora i suicidi degli operai nelle sue fabbriche in Cina (se consideriamo Steve Jobs il loro diretto assassino -e non il meschino sistema che tutti alimentiamo comprando, vendendo, lavorando, studiando, vivendo all’interno del sistema…- chi compra abiti cuciti da dodicenni “cinesi” dovrebbe essere considerato altrettanto colpevole. Parliamone…) o -ancora- che si dovrebbe pensare a tutte le vittime del cancro, che anche basta con la commemorazione di uno che vendeva dispositivi costosissimi… e ancora parole, parole, parole. Tutto pur di sentirsi fuori da questa massa di adoratori privi di senso critico che da ore vanno seguendo il virtuale carro funebre che scorre sulle bacheche del mondo intero.

La morte nell’epoca del web 2.0 diventa un fenomeno di totale partecipazione, un’isteria collettiva, un enorme abbraccio virtuale. Dove l’eccesso -in ogni senso- regna sovrano e si perde ogni senso della misura, del pudore, della composta accettazione di un evento che, comunque accada, ha un’unica causa: la mortalità stessa dell’essere umano.

Le cure mediche, la sicurezza, l’attenzione a non dei farsi nemici non sono che strategie posticipatorie. Non esiste cura per la morte, ma questo non ci salva dal viverla in maniera partecipata e drammatica, come fosse una tragedia. Sempre. La difficoltà ad accettare la perdita fa parte della nostra umanità. La morte di un personaggio noto, geniale,  che ha scolpito con maestria la sua immagine  nell’immaginario collettivo(chiunque egli sia stato nel privato e qualunque errore abbia commesso) provoca sgomento. Di cosa ci si stupisce, esattamente?

Certo, il fatto di aver avuto l’occasione di mostrare e dare valore al suo talento (occasione che non a tutti i talentuosi viene concessa…) non lo rende più degno di commozione di chi muore sotto le macerie lavorando, a nero, per 3.95 euro l’ora, anzi, ma questo cosa significa? La celebrazione dei cosiddetti working class heros dovrebbe avvenire ogni giorno, ma non è evitando di onorare Jobs che si onorano i lavoratori che precipitano, in silenzio, dalle impalcature. A cosa serve sottolineare l’ovvio? È davvero necessario o serve soltanto a nutrire la vanità di chi ama pontificare sentendosi costantemente al di fuori della massa che bela beata e ignorante?

Chi ha conosciuto e stimato l’ex CEO ha il diritto di piangerlo a voce alta, di ricordare le sue parole e pubblicizzare il proprio dolore come meglio crede. C’era davvero bisogno che lo dicessi? A quanto pare, sì.

Personalmente -lo ammetto- non sono una Apple-addicted.  Sono, ovviamente, un’appassionata di tecnologia ma non possiedo dispositivi Apple e i miei favori non sono mai andati all’azienda di Cupertino. Non ho in camera una riproduzione di Steve Jobs in scala 1:1 verso cui genuflettermi ogni sera e mi auguro non ce l’abbia nessuno.

Che Jobs non sia dio non credo sia necessario ricordarlo, ma da qui a non tributargli i doverosi onori ce ne passa.

Lo ha detto Steve Wozniak (uno degli uomini che insieme a Jobs fondò la Apple in un garage, per poi trasformarla in un colosso mondiale con la sola forza delle idee e l’intraprendenza) e voglio ripeterlo anch’io: la morte di Jobs è come quella di Lennon, di JFK, di Lady Diana, di Stanley Kubrick, di Albert Einstein, o di chiunque sia stato in grado di rivoluzionare il mondo in cui viveva. È epocale. E arriva in un momento storico in cui potrebbe davvero diventare uno spartiacque culturale. Non ci sarebbe nulla di folle se, da oggi, la storia della tecnologia venisse spaccata in un prima di Jobs e dopo Jobs. E non perché gli si debbano assegnare caratteristiche cristologiche o -in generale- divine (spero ci si guardi bene dal farlo…) ma perché con la sua morte si chiude un ciclo che, a meno di non volerlo santificare, sarà impossibile portare avanti.

Toccherà rinascere. Sotto altro segno.  Nessuno potrà mai inserirsi nella sua scia, gli uomini come Jobs muoiono senza eredi, l’unico che potrà sostituirlo sarà -per forza di cose- la sua nemesi. I padri si uccidono sempre.

D’altronde, Jobs aveva analizzato nel profondo il senso ultimo della mortalità, tanto che (nel celebre discorso all’Università di Stanford che vi trascrivo in versione integrale in coda all’articolo) ebbe a dire: ”Ricordarsi che moriremo è il modo migliore che conosco per evitare le trappola di pensare di avere qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è nessun motivo per non seguire il vostro cuore”.

Steve Jobs non merita meno rispetto o meno considerazione di altri grandi nomi della cultura e della scienza solo perché era un “semplice” imprenditore, quella dell’imprenditoria non è una categoria che fa necessariamente rima con i concetti di marciume, sotterfugio, sporcizia… Questa è un’idea tutta italiana di cui sarebbe tempo di liberarsi. Jobs non merita meno attenzione d’altri perché la sua arte consisteva nell’inventare device tecnologici a scopo commerciale e non film, libri, dipinti, canzoni o pièce teatrali… Se qualcuno -oggi- vuol giocare a sminuire la portata della rivoluzione innescata da Steve Jobs farà solo la figura di chi vuol essere controcorrente a tutti i costi, di chi antepone l’importanza del mostrare un punto di vista “originale” alla sensatezza del punto di vista.

Le televisioni hanno dato la notizia in edizione straordinaria. I quotidiani di tutto il pianeta ospitano la news in prima pagina. Si provi a interrogarsi sul perché invece di far finta di non capire.

Ricordarsi che moriremo è il modo migliore che conosco per evitare le trappola di pensare di avere qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è nessun motivo per non seguire il vostro cuore

Steve Jobs

Tutte le posizioni sono legittime. Le critiche sono sacrosante. Anzi, sono addirittura ovvie. Come le osservazioni in merito all’indifferenza in cui vengono condannati i milioni di morti che -da qualche parte nel mondo- si seppelliscono ogni giorno, o sulla questione dell’accessibilità universale all’innovazione tecnologica (che Apple -come tutte le multinazionali- non ha certo praticato…). Tutte posizioni condivisibilissime. Ma che senso ha affiancare certo discorsi alla morte di un uomo? Perché non parlarne domani, dopodomani e per il resto della vita (e magari fare qualcosa in proposito…) invece di tirar fuori certi argomenti dal cilindro proprio oggi per giocare a quelli che vedono e capisco meglio degli altri quanto accade nel mondo?  Forse è ora di fermarsi un secondo a pensare, semplicemente, se è davvero utile manifestare -oggi- questo genere dissenso, o se non è un camuffato desiderio di protagonismo. Dissenso verso cosa, poi? Verso chi manifesta contrizione per la morte di qualcuno? E cosa c’è di deprecabile? Steve Jobs non era certo Augusto Pinochet. Nessuno sta piangendo un infame dittatore, si sta piangendo un uomo che ha modificato il corso della storia, un abile oratore, un visionario -per molti- un artista. Quando si ricorda la morte di Albert Camus o Michelangelo Merisi ci si concentra forse sul fatto che fossero violente teste calde, o si bada prima di tutto alla perdita che la letteratura e la pittura hanno subito?

Perché non può essere lo stesso per Jobs?

Forse -per il momento- vale la pena provare a capire perché la morte di Jobs faccia tanto rumore e cosa questo rumore ci racconta del mondo in cui viviamo, delle persone, dell’attualità e del prossimo futuro. Analizziamo. Scopriamo. Sforziamoci di comprendere ragioni e implicazioni. Non si tratta di device. Non è per l’iPod o l’iPhone che il mondo piange e ringrazia… È per la favola del successo, per la rivoluzione culturale e tecnologica, per l’ispirazione ricevuta… E per mille altre ragioni che ancora non risultano visibili da così vicino. A banalizzare son buoni tutti, a capire un po’ meno.

Ma se proprio non si ha intenzione di unirsi al cordoglio, basta restare in silenzio.

Da parte mia, un semplice addio, Steve: grazie per aver innescato l’ennesima riflessione. Penserò. E non potrà che farmi bene.

Stanford Report, 14 giugno 2005 – Questo è il testo del discorso di Steve Jobs, CEO di Apple Computer e Pixar Animation studio, in occasione della consegna dei diplomi del 12 giugno 2005.

Trascrizione Integrale


Trovate quello che amate, e non accontentatevi mai

di

Steve Jobs


Sono onorato di essere con voi oggi, per la vostra laurea in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Ad essere sincero, questo è la cosa più vicina ad una laurea, per me.
Oggi voglio raccontarvi tre storie che mi appartengono. Tutto qui. Niente di particolare. Solo tre storie.

La prima storia parla di unire i puntini.

Ho smesso di frequentare il Reed College dopo i primi 6 mesi, ma gli sono rimasto attorno per altri 18 mesi prima di lasciarlo definitivamente. Perchè lo feci?

Tutto cominciò prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studente universitaria nubile e decise di darmi in adozione. Sentiva nel suo cuore che io dovessi essere adottato da un laureato, così venne preparata la mia adozione, alla nascita, per un avvocato e sua moglie.

Solo quando vidi la luce questi decisero all’ultimo momento di desiderare una bambina. Quindi i miei genitori, che erano in lista d’attesa, vennero chiamati nel mezzo della notte da una voce che chiedeva: “Abbiamo un bambino indesiderato, lo volete?” Essi dissero: “Certo”. Mia madre biologica scoprì in seguito che mia madre non si era mai laureata a che mio padre non aveva neanche il diploma di scuola superiore. Rifiutò di firmare i documenti per l’adozione. Accettò, riluttante, solo qualche mese dopo quando i miei genitori promisero che un giorno sarei andato all’università.

17 anni dopo andai all’università. Ma ingenuamente scelsi un istituto universitario costoso quanto Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori lavoratori furono spessi per la retta. Dopo sei mesi non riuscivo a vederne l’utilità. Non avevo idea di cosa fare nella vita e nessun indizio su come l’università avrebbe potuto aiutarmi a capirlo. Così spesi tutti i soldi che i miei genitori avevano risparmiato in un’intera vita di lavoro. Decisi di non seguire il piano degli studi obbligatorio, confidando nel fatto che tutto si sarebbe sistemato. Ero molto spaventato da quella decisione, ma col senno di poi, sarebbe stata una delle migliori decisioni che avessi mai preso. Nel momento in cui scelsi un piano di studio personalizzato avevo la possibilità di ignorare le lezioni che non mi interessavano e di scegliere quelle che mi apparivano più interessanti.

Non era per niente romantico. Non avevo una stanza al dormitorio, così dormivo sul pavimento in stanze di amici. Restituivo i vuoti di cocacola per i 5 centesimi di deposito, ci compravo da mangiare, e mi facevo più di 10 kilometri a piedi attraverso la città, ogni domenica notte, per avere un pasto a settimana al tempio Hare Krishna. Che bello. Tutto quello in cui inciampai semplicemente seguendo la mia curiosità ed il mio intuito si rivelarono in seguito di valore inestimabile.

Per esempio:

il Reed College all’epoca offriva quello che era probabilmente il miglior corso di calligrafia del paese. In tutto il campus, ogni manifesto, ogni etichetta su ogni cassetto, era meravigliosamente scritto a mano. Decisi di prendere lezioni di calligrafia. Appresi la differenza tra i tipi di caratteri con grazie e senza grazie. Imparai l’importanza della variazione dello spazio tra combinazioni diverse di caratteri. Mi insegnarono quali elementi fanno della tipografia, una grande tipografia. Era affascinante: si trattava di storia, bellezza ed arte come la scienza non può catturare.

Niente di tutto ciò aveva la benchè mnima speranza di una qualunque applicazione nella mia vita. Ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Macintosh, tutto mi tornò utile. E lo mettemo interamente nel Mac. Era il primo computer che curasse la tipografia. Se non avessi mai scelto quel corso, al college, il Mac non avrebbe mai avuto font proporzionali e font a larghezza fissa. E siccome Windows ha copiato il Mac, è probabile che nessun computer li avrebbe avuti. Se non avessi scelto di interrompere il piano degli studi obbligatorio non avrei scelto quel corso di calligrafia ed i personal computer avrebbero potuto non avere la stupenda tipografia che hanno. Era ovviamente impossibile unire i puntini guardando al futuro mentre ero al college e capire in cosa si sarebbe concretizzat. Ma la realizzazione era estremamenta chiara, guardardando alle spalle, dieci anni dopo.

Ve lo ripeto, non puoi unire i puntini guardando al futuro, puoi connetterli in un disegno, solo se guardi al passato. Dovete quindi avere fiducia nel fatto che i puntini si connetteranno, in qualche modo, nel vostro futuro. Dovete avere fede in qualcosa – il vostro intuito, il destino, la vita, il karma, quello che sia. Questo approccio non mi ha mai deluso e ha fatto tutta la differenza nella mia vita

La seconda storia parla d’amore e di perdita.

Sono stato fortunato – ho scoperto quello che amavo fare molto presto. Woz ed io fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo vent’anni. Lavorammo duro, e in 10 anni la Apple crebbe dai due che eravamo in un garage ad una società da 2 miliardi di dollari con più di 4000 impiegati.

Avevamo appena creato il nostro miglior prodotto – il Macintosh – un anno prima, e io avevo appena compiuto 30 anni. E fui licenziato. Come si fa ad essere licenziata dalla compagnia che hai fondato? Beh, non appena la Apple si espanse assumemmo qualcuno che pensavo fosse molto capace nel gestire l’aziende con me, e per il primo anno le cose andarono bene.

Ma la nostra visione del futuro cominciò a divergere e alla fine decidemmo di rompere. Quando ci fu la rottura i nostri dirigenti decisero di stare dalla sua parte. Così, a trent’anni, ero fuori. E molto pubblicamente. Il centro della mia vita da adulto era completamente andato, sparito, è stato devastante.

Non ho saputo che pesci pigliare per un po’ di mesi. Sentivo di aver deluso la precedente generazione di imprenditori per aver mollato la presa. Incontrai David Packard e Bob Noyce per cercare di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Fu un fallimento pubblico, pensai addirittura di andarmene. Ma qualcosa, lentamente, si faceva luce in me. Amavo ancora quello che avevo realizzato. L’inaspettato e repentino cambiamento alla Apple non avevano cambiato quello che provavo, neanche un poco. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Quindi decisi di ricominciare.

All’epoca non me ne accorsi, ma il mio licenziamento dalla Apple fu la cosa migliore che poteva capitarmi. Il peso del successo fu rimpiazzato dall’illuminazione di essere un principiante ancora una volta, con molta meno sicurezza su tutto. Questo mi liberò e mi consentì di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Durante i cinque anni successivi, fondai una società di nome NeXT, un’altra di nome Pixar, a mi innamorai di una meravigliosa donna che sarebbe poi diventata mia moglie.

Pixar finì per creare il primo film animato al computer della storia, Toy Story, ed è ora lo studio di animazione più famoso al mondo. Apple, con una mossa notevole, acquisì NeXT, io tornai ad Apple, e la tecnologia che sviluppo con NeXT è oggi nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. Laurene ed io abbiamo una stupenda famiglia.

Sono sicurissimo che niente di tutto ciò sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato da Apple. E’ stato un boccone amarissimo da buttar giù, ma era la medicina di cui avevo bisogno. A volte la vita ti colpisce in testa come un mattone. Non perdete la fede. Sono convinto del fatto che l’unica cosa che mi ha consentito di proseguire sia stato l’amore che provavo per quello che facevo. dovete trovare ciò che amate. E’ questo è tanto vero per il vostro lavoro quanto per chi vi ama. Il lavoro riempirà gran parte della vostra vita e l’unico modo per essere veramente soddisfatti e quello di fare quello che pensate sia il lavoro migliore. E l’unico modo per fare il lavoro migliore e quello di amare quello che fate. Se non lo avete ancora trovato, continuate a cercare. Non vi fermate. Come tutti gli affari di cuore, lo saprete quando lo troverete. E, come nelle migliori relazioni, diventerà sempre migliore al passare degli anni. Quindi, continuate a cercarlo fino a quando non l’avrete trovato. Non fermatevi.

La terza storia parla di morte.

Quando avevo 17 anni, lessi un brano che diceva più o meno: “se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, prima o poi lo sarà veramente”. Rimassi impresso, e da allora, per gli ultimi 33 anni, ho guardato nello specchio ogni mattina e mi sono chiesto:”se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei veramente fare quello che sto per fare oggi?” E ogni volta che la risposta fosse “No” per troppi giorni di seguito sapevo di aver bisogno di cambiare qualcosa.

Ricordare che morirò presto è lo strumento più importante che mi ha consentito di fare le scelte più grandi della mia vita. Perchè praticamente tutto – tutte le aspettative, l’orgoglio, le paure di fallire – tutte queste cose semplicemente svaniscono di fronte alla morte, lasciandoci con quello che è veramente importante.

Ricordarsi che moriremo è il modo migliore che conosco per evitare le trappola di pensare di avere qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è nessun motivo per non seguire il vostro cuore.

Circa un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto una TAC alle 7:30 del mattino e mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava sicuramente di un tipo di cancro incurabile, e che avrei avuto un’aspettativa di vita non superiore ai 3-6 mesi. Il mio dottore mi consigliò di andare a casa e di sistemare le mie cose, che è il messaggio in codice dei dottori per dirti di prepararti a morire. Significa che devi provare a dire ai tuoi bambini ogni cosa che pensavi di dirgli nei prossimi dieci anni, in pochi mesi. Significa che devi assicurarti che ogni cosa sia a posto così che sarà la più facile possibile per la tua famiglia. Significa che devi dire addio.

Ho vissuto con quella diagnosi tutto il giorno. Più tardi, nel pomeriggio, mi è stata fatta una biopsia. Mi hanno infilato un endoscopio nella gola che è passato per il mio stomaco ed il mio intestino. hanno messo un ago nel mio pancreas e hanno prelevato alcune cellule dal tumore. Ero sotto sedativi, ma mia moglie, che era lì, mi ha detto che quando hanno analizzato le cellule al microscopio i dottori cominciarono a piangere perchè scoprirono che si trattava di una rarissima forma di cancro pancreatico curabile con la chirurgia. Sono stato operato. Ora sto bene.

E’ stata la mia esperienza più vicina alla morte e spero che rimanga tale per qualche decennio ancora. Avendola superata posso finalmente dirvi con più certezza di quando la morte era semplicemente un utile concetto ma puramente intellettuale:

Nessuno vuole morire. Neanche chi vuole andare in paradiso vuole morire per arrivarci. E nonostante tutto, la morte è la destinazione che condividiamo. Nessuno vi è mai sfuggito. E così dovrebbe essere perchè la Morte è probabilmente l’unica, migliore invenzione della Vita. E’ l’agente di cambiamento della Vita. Elimina il vecchio per far spazio al nuovo. Proprio adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo distante da oggi, diventerete gradualmente il vecchio che deve essere eliminato. Mi dispiace essere così drammatico, ma questa è la verità.

Il vostro tempo è limitato, quindi non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro. Non lasciatevi intrappolare dai dogmi – che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altri. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui lasci affogare la vostra voce interiore. E, cosa più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore ed il vostro intuito. Loro sanno già quello che voi volete veramente diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero giovane, c’era un’incredibile pubblicazione chiamata The Whole Earth Catalog, che era una delle bibbie della mia generazione. Era stata creata da un tizio di nome Stewart Brand non troppo lontano da qui, a Menlo Park, e la portò alla luce con il suo tocco poetico. Stiamo parlando dei tardi anni ‘60, prima dei computer ed il desktop publishing, quidi era tutta fatta con macchine da scrivere, forbici e Polaroid. Era una sorta di Google di carta, 35 anni prima della venuta di Google: era idealistico, e pieno di strumenti utili ed informazioni preziose.

Stewart ed il suo gruppo pubblicaro molti numeri del Grande Catalogo Mondiale fino all’ultima edizione. Eravamo a metà degli anni ‘70 ed io avevo la vostra età. Sul retro di copertina dell’ultimo numero c’erà la foto di una strada di campagna all’alba, quel tipo di strada sulla quale potreste trovarvi a fare l’autostop se voste così avventurosi. Sotto c’erano queste parole “Siate affamati, siate assurdi”. Questo era il messaggio di congedo. Rimanere affamato. Rimanere assurdo. Me lo sono sempre augurato. Ed ora, per voi che state per laurearvi, lo auguro a voi.

Siate affamati. Siate folli.

Grazie.

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