Benvenuti all'eterno party del sorriso. È questo che due artisti italiani, autori del progetto Face-to-Facebook, sembrano voler sarcasticamente affermare attraverso la loro significativa opera di hacktivismo digitale. Un milione di profili Facebook rubati, ma per una giusta causa: dimostrare che la privacy del social network è terribilmente lacunosa e nessuno sembra realmente comprendere quanto questo possa diventare pericoloso. Il progetto si chiama Face-to-Facebook e a dargli vita sono stati due artisti ed hacktivist italiani, Paolo Cirio e Alessandro Ludovico, ottenendo una straordinaria visibilità sui blog e i portali d'informazione di mezzo mondo. I due non sono affatto nuovi ad iniziative del genere, tant'è vero che quest'ultima azione conclude quella che loro stessi hanno chiamato The Hacking Monopolism Trilogy.

Il primo capitolo della trilogia è stato il progetto Google will eat itself, ed intende mostrare in che modo la compagnia di Mountain View può essere indotta all'autodistruzione, o meglio, all'autocannibalismo. In quell'occasione, Cirio e Ludovico, insieme ad Hans Bernhard, hanno creato un account Adsense per il loro sito GWEI.org, in questo modo ogni volta che qualcuno clicca sui loro annunci, riceve un micro-pagamento da Google. Questi soldi vengono utilizzati per comprare azioni dello stesso Google e le azioni  vengono redistribuite alla GTTP-community, composta da tutti gli utenti e dai "clickers" che hanno aderito all'iniziativa. Gli utenti mantengono il 97% della proprietà delle azioni mentre il 3% rimane al Franchise GWEI.

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Il secondo capitolo del trittico in questione è stato il progetto Amazon Noir. In questo caso l'obiettivo era quello di sfruttare le debolezze del sito di e-commerce per eludere la protezione del copyright e rubare interi volumi digitali. I libri, poi, venivano convertiti in file pdf e distribuiti gratuitamente. L'azione è stata documentate da una serie di installazioni concettuali offline.

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Per quanto riguarda Face-to-Facebook, i due hacktivist italiani hanno rubato un milione di profili Facebook, li hanno filtrati attraverso un software di riconoscimento facciale  e li hanno inseriti in un sito di dating fatto su misura. In un secondo momento hanno accorpato i profili suddividendoli in categorie alle quali i vari profili venivano assegnati a seconda delle caratteristiche delle loro espressioni facciali. Nel caso vogliate sapere se anche voi siete finiti nelle maglie dell'arte digitale, date un'occhiata al database del sito.

face to facebook

Stando alle parole di Paolo Cirio e Alessandro Ludovico, la ragione per cui  nasce il progetto Face-to-Facebook è molto semplice: "Facebook, un posto meraviglioso e senza fine per così tante persone, diventa allo stesso tempo una miniera d'oro per ladri d'identità e appuntamenti — sfortunatamente, senza che l'utente conservi alcun controllo. Ma questa è la vera natura di Facebook e dei social media in generale. Giocando con il concetto di furto d'identità e di appuntamenti online, dovremmo essere in grado di svelare quanto fragile sia l'identità virtuale se regalata ad una piattaforma di proprietà".

Se intendete approfondire l'argomento, in rete trovate il manifesto dell'iniziativa con tutte le informazioni del caso. Intanto, ecco un assaggio dei presupposti teorici che hanno sostenuto l'iniziativa.

Social networking is naturally addictive.

It's about exploring something very familiar that has never been available before: staying in touch with past and present friends and acquaintances in a single, potentially infinite, virtual space. The phenomenon challenges us psychologically, creating situations that previously
were not possible. Before the rise of social networking, former friends and acquaintances would tend to drift away from us and potentially become consigned to our personal histories. Having a virtual space with (re)active people constantly updating their activities is the basic, powerful fascination of the social network.
But there's another attraction, based on the elusive sport (or perhaps urge) to position ourselves. The answer to the fundamental identity question, "who am I?" can be given only in relation to the others that we interact with (friends, family, work colleagues, and so on). And the answer to this question seems clearer after we take a look at our list of social network friends.
So an intimate involvement and (endless) questioning of our online identity (often literally juxtaposing with our physical one) is perpetrated in the social network game. But social network platforms are not public organizations designed to help support social problems but private corporations. Their mission is not to help people create better social relationships or to help them improve their self‐positioning. Their mission
is to make money. Economic success for these corporations rests on convincing users to connect to the several hundred people who await them online.