Non solo i pregiudizi palesi, ma anche quelli involontari nei quali tutti possiamo cadere. E che un algoritmo può scoprire e svelare. È l'idea alla base di un progetto avviato da alcuni ricercatori dell'Università di Modena e Reggio Emilia che, tramite l'utilizzo di una GoPro e di un Kinect, hanno messo a punto un software in grado di leggere e interpretare le espressioni del viso individuando ciò che non viene detto a parole ma resta nei pensieri. Come, appunto, i pregiudizi nascosti e inconsapevoli. Per farlo i ricercatori hanno chiesto ad un gruppo di 32 studenti bianchi di rispondere a due questionari, uno legato ai pregiudizi espliciti e uno a quelli impliciti.

Successivamente gli studenti sono stati coinvolti in due conversazioni, una con una persona bianca e una con una persona di colore, filmate attraverso gli strumenti sopracitati e riguardanti sia argomenti neutrali che tematiche come l'immigrazione. A questo punto è entrato in gioco l'algoritmo, che, analizzando i filmati prodotti da GoPro e Kinect, ha trovato punti di contatti tra risposte ai questionari e comunicazione non verbale attuata durante i colloqui, riuscendo ad individuare pregiudizi nell'82 percento dei casi. Un successo che ai ricercatori è valso la copertina del numero di ottobre della pubblicazione scientifica New Scientist.

L'obbiettivo ora è quello di allargare la sfera dei pregiudizi rilevati dall'algoritmo includendo, per esempio, quelli verso i bambini o le persone sieropositive. Misurazioni di questo tipo possono offrire informazioni davvero oggettive" spiega Loris Vezzali, uno dei ricercatori. "In questo modo si può monitorare l'interazione costantemente, secondo per secondo". Evitando che l'individuazione dei pregiudizi venga svolta in maniera soggettiva da un umano, un approccio che può rivelarsi interessante, per esempio, nel caso di un colloquio di lavoro.