Una norma contenuta in un emendamento al Milleproroghe, approvato dal Senato il 15 febbraio dopo la richiesta di fiducia da parte del governo, ha riacceso le proteste dei tassisti contro il trasporto pubblico abusivo e, conseguentemente, il dibattito su Uber e sulla sharing economy. La norma al centro delle polemiche porta la firma della senatrice Linda Lanzillotta, del Partito Democratico, e prevede sostanzialmente la proroga del termine per l'emanazione del decreto del ministero dei Trasporti atto a impedire l'esercizio abusivo del servizio taxi e Ncc da parte di imprese e conducenti non autorizzati. Questa proroga viene vista dai tassisti e dalle organizzazioni sindacali di categoria come una sorta di favore alla multinazionale americana e alle società di noleggio con conducenti e viene dunque avversata, con proteste in tutta Italia, dai tassisti. 

Il dibattito pro e contro Uber non è certo una novità nel panorama italiano e mondiale. Nel corso degli ultimi anni, infatti, numerose sono state le proteste organizzate dai tassisti di tutto il Mondo contro la multinazionale californiana, che viene accusata da una parte di sfruttamento dei lavoratori del settore e dall'altra parte, di conseguenza, di fare concorrenza sleale verso quei lavoratori che sono costretti dalle legislazioni vigenti a operare nel rispetto di paletti e regole ben precise, per esempio attraverso l'acquisizione della necessaria licenza, l'applicazione di tariffe pre-determinate dal Comune di appartenenza, la stipulazione di particolari e onerose assicurazioni per la tutela dei passeggeri trasportati. Sebbene le condizioni imposte ai tassisti siano effettivamente limitanti, è necessario sottolineare che la categoria, in Italia, non si oppone solo a Uber, ma anzi ha sempre protestato con veeemenza contro qualsiasi tentativo di liberalizzazione del mercato del trasporto pubblico.

Ancor prima dell'avvento di Uber, infatti, numerose sono state le proteste dei tassisti contro le famigerate "lenzuolate" di Bersani del 2006 e le timide liberalizzazioni di Monti a cavallo tra il 2011 e il 2012. Le cronache dell'epoca, infatti ci ricordano che ben prima dell'arrivo del colosso americano, i tassisti si opposero alle norme contenute nell'articolo 6 del "decreto competitività" proposto dall'allora ministro dello Sviluppo economico, norme che sostanzialmente prevedevano il bando di concorsi straordinari per la concessione di nuove licenze, a titolo oneroso o gratuito, e il rilascio di licenze "straordinarie" per i picchi di lavoro temporanei e stagionali. Nulla di trascendentale, le norme cercavano in qualche modo di aprire un varco in un mercato che nel corso dell'ultimo trentennio è diventato sempre più simile a una intoccabile Casta che non a un settore lavorativo. Stesso scenario 5 anni dopo, con le liberalizzazioni proposte dall'allora presidente del Consiglio Mario Monti. Norme molto simili a quelle del 2006, che uscirono in fretta e furia dall'agenda di governo dopo le proteste dei tassisti.

Passano gli anni, ma lo scenario non cambia e con l'arrivo di Uber in Italia, nel 2013, le contestazioni montano e i tassisti italiani chiedono al governo di mettere al bando il servizio offerto dalla multinazionale americana, in particolare Uber Pop, una sorta di servizio taxi che prevedeva la vendita di passaggi a pagamento offerti da utenti che mettevano a disposizione la propria automobile per gli utenti che necessitavano del servizio a prezzi molto bassi e molto più concorrenziali dei taxi. A seguito di numerosi esposti, con una sentenza emessa dal tribunale di Milano, nel 2015 il servizio Uber Pop venne bloccato in tutta Italia perché, sostanzialmente, secondo i giudici, non rispettava i requisiti richiesti per l'esercizio di una professione normata da apposita legislazione italiana. Dopo quella sentenza, Uber Pop è sparito dalla circolazione, ma la versione "premium" con le berline black è invece rimasta operativa.

Il successo di Uber ha sempre fatto e farà sempre molto paura a un mercato così chiuso e impenetrabile come quello del servizio taxi. Uber non soltanto apre una breccia nel mercato, allargandolo a dismisura rispetto al passato, ma offre anche servizi innovativi che al momento i tassisti non sono in grado di dare ai propri clienti. Sostanzialmente a guadagnare dall'arrivo di Uber non è solo la società, ma anche e soprattutto i clienti che si trovano a poter utilizzare un'alternativa ai taxi e, finalmente, a poter scegliere quale servizio usare. Perché quello che spesso si dimentica, infatti, è che a decretare il successo di Uber non è stata Uber stessa, ma gli utenti italiani che hanno iniziato a preferire un servizio al posto di un altro. In una sola parola: il mercato.

I tassisti protestano e sostengono che con l'apertura del mercato a questo tipo di colossi, il loro lavoro è in pericolo. Non potrebbero sostanzialmente più vivere dignitosamente facendo questo mestiere. Tra tasse, assicurazioni onerose, licenze pagate a peso d'oro e obblighi di legge stringenti da rispettare, la concorrenza opposta da un'azienda che non deve sottostare a questa legislazione è sleale. Quel che spesso si dimenticano di dire, però, è che il mercato parallelo delle licenze a prezzi stellari l'hanno creata gli stessi tassisti rivendendosele a fine carriera. Nulla di illegale, per carità, ma nel corso dell'ultimo trentennio in particolare le licenze concesse dai comuni a titolo gratuito sono poi state rivendute a cento, duecento, trecentomila euro e oggi i tassisti sostengono che aprire il mercato farebbe perdere valore a questa licenza, rendendola di fatto carta straccia e non più quindi un titolo rivendibile a qualcun altro per ottenere una sorta di liquidazione a fine carriera lavorativa. Una vera scocciatura, non hanno torto, ma in un libero mercato può anche capitare di fare un investimento sbagliato e all'imprenditore che investe determinate somme e poi fallisce o è costretta perché la sua azienda non riesce a stare sul mercato, nessuno ridà indietro un euro.

Il problema è che quello dei tassisti è tutto meno che un libero mercato, ma di fatto è una corporazione impenetrabile che cerca di rimanere in vita combattendo una battaglia di retroguardia contro il progresso e contro gli stessi clienti nella speranza che qualche intervento governativo continui a evitarne la morte per sopraggiunto ed evidente disinteresse di mercato.