Gentile dottoressa Gabanelli,

le scriviamo per comunicarle in maniera immediata e senza filtri la nostra opinione su quanto da Lei mostrato nel corso della puntata di Report del 10 aprile 2011.

Quando abbiamo saputo che la sua trasmissione si sarebbe occupata di Facebook, Google e, in generale, della rete, come molti altri colleghi che si occupano di tecnologia, abbiamo fatto salti di gioia. Il nostro paese, infatti, è quanto mai sordo a certe problematiche: il digital divide si assesta a livelli preoccupanti, le leggende metropolitane la fanno da padrone, l'ignoranza rispetto alle caratteristiche e alle potenzialità del mezzo dilaga indisturbata, e la maggior parte delle persone che pure utilizza la rete, in realtà, non la conosce affatto. L'utente medio -in genere- oscilla dall'assoluta ingenuità al terrore sacro, e la speranza era che una puntata d'approfondimento giornalistico dedicata ai grandi protagonisti del web avrebbe, in qualche modo, dissolto un po' di ombre e fatto chiarezza nel nebuloso panorama digitale italiano.

Nutriamo enorme stima nei confronti del lavoro che Lei e la sua redazione avete sempre fatto e della cui qualità non abbiamo mai dubitato, né abbiamo intenzione di cominciare proprio adesso, almeno fino a quando qualcuno non proverà che ciò che ci avete raccontato per diciassette anni (dal 1994 con Professione Reporter fino ad oggi) era in qualche modo falso, tendenzioso o anche solo parziale. Le diciamo questo perché vorremmo immediatamente prendere le distanze da quanti, in queste ore, stanno utilizzando la puntata di ieri per affogare nel fango il lavoro di una vita e per accusare la trasmissione di indugiare in quello che va sotto il nome di "terrorismo mediatico".

Ciononostante, comprendiamo le ragioni di tanta indignazione. Persino i più accaniti fan di Report non sono riusciti a sostenerne la difesa e questo perché, purtroppo, l'analisi portata avanti in trasmissione è partita dai peggiori presupposti possibili e, pertanto, nonostante le buone intenzioni, è arrivata a conclusioni che -per chi conosce la rete, ci lavora ogni giorno e la frequenta con esatta cognizione di causa- hanno determinato reazioni a dir poco ilari e promulgato visioni decisamente anacronistiche.

A nostro avviso, l'errore principale è stato quello di dare per scontato che il target di Report fosse per lo più composto da "apocalittici" e da "ingenuotti"; vale a dire: da un lato, da persone che vedono Internet come una sorta di Grande Fratello in embrione, un "diavolo vestito a festa", qualcosa da cui guardarsi con sospetto ed infinita cautela e, dall'altro, da persone che si servono del web senza avere la benché minima idea di come esso funzioni, di quali siano le sue regole (seppure vaghe ed indeterminate), le sue storture, le sue peculiarità, e che avrebbero inorridito di fronte alla scoperta che Facebook e Google utilizzano i dati personali degli utenti per cucire loro addosso le pubblicità più appropriate e venderli agli inserzionisti come fossero un prodotto. Ma la verità è che la stragrande maggioranza del pubblico di Report non appartiene a nessuna di queste due categorie, anzi, quello di Report è un pubblico che conosce Internet; in molti casi (come nel nostro) ci lavora, ed è pienamente consapevole dei rischi e delle opportunità che offre.

In sostanza, il problema è che, ieri, Report ci ha trattati come degli idioti. Sappiamo che non erano queste le intenzioni, ma è così che ci siamo sentiti: come se qualcuno volesse farci una bella lezioncina su quanto siamo stati fessi a condividere le nostre informazioni in rete, su quanto siamo stati ingenui ad aver creduto che il web fosse un luogo di libertà e riscatto, su come abbiamo potuto non considerare che lo scopo ultimo dei colossi del web fosse quello di venderci qualcosa tirando su vagonate di soldi, su come ci siamo fatti prendere in giro dallo sventolio di qualche servizio gratuito senza neppure chiederci se, in qualche modo, avremmo comunque pagato un prezzo per ciò che ottenevamo. Ma la verità è che non siamo degli idioti, tutto quello che ci avete raccontato lo sapevamo già, e il problema vero è che -caso più unico che raro- stavolta ne sapevamo molto più di voi.

Sono anni che navighiamo, la nostra generazione è praticamente cresciuta con Internet, sappiamo come funziona, conosciamo i rischi. Quello che ci aspettavamo da una trasmissione come Report era che fosse in grado di illustrare le brutture della rete senza fare appello al timor panico, senza sensazionalismi ed allarmismi e, soprattutto, concentrandosi sulle enormi opportunità di democratizzazione che la rete offre. D'altronde, la trasmissione non ha rivelato nessun oscuro retroscena. Per chi segue il giornalismo tecnologico si tratta di puro pane quotidiano: la sentenza del tribunale di Milano contro Google Video, il funzionamento di Ad Sense, la privacy policy di Facebook… Nulla di tutto questo ci suona nuovo e la nostra analisi su questi temi si è già spinta ben oltre quella offerta da Report.

Per comprendere meglio il punto di vista dell'autrice del servizio "Il prodotto sei tu" -Stefania Rimini- abbiamo provato a googlare il suo nome, a cercarla su Facebook, Twitter,ovunque in rete, ma niente. Sembra, insomma, che l'autrice creda davvero che i nuovi media siano in qualche modo "demoniaci" e che gli unici a guadagnare della nostra stupida faciloneria quanto a condivisione siano i grandi Big del web. "Coerenza" dirà lei, "informazioni di seconda mano" diciamo noi. Ovviamente non pretendiamo che i giornalisti sperimentino in prima persona qualunque cosa prima di poterne parlare, se lo facessimo sosterremmo che solo un terremotato può parlare di terremoto e che solo un fisico nucleare può discutere di centrali, ma se aveste dovuto parlare di televisione, di radio, o di un qualunque altro mezzo di comunicazione, non avreste preferito un giornalista più addentro alle tematiche trattate? D'altronde si tratta pur sempre di un medium e, a dirla tutta, del medium che finirà per inglobare tutti gli altri, che rappresenta il futuro della vostra stessa professione. Sinceramente, piuttosto che l'opinione di qualcuno che evidentemente teme i nuovi media o che, tutt'al più, dopo averli frequentati ha deciso di rifuggirli, avremmo preferito che l'analisi fosse  affidata a qualcuno che utilizza e conosce i nuovi media; a qualcuno che sa operare dei distinguo tra ciò che non funziona e ciò che rappresenta una rivoluzione in senso positivo, tra le truffe online, gli hackeraggi a scopo di lucro e le legittime attività di promozione aziendale. Non si può suggerire l'idea che il likejacking sia una pratica avallata da Facebook con leggerezza, o che Google non si curi di proteggere gli account mail come potrebbe. Sarebbe come sostenere che gli scippatori che rubano le borse alle vecchiette all'uscita delle Poste vengano lasciati liberi di agire dall'azienda stessa e, in ogni caso, la soluzione non sarebbe smettere di andare a ritirare la pensione alle Poste, ma intensificare i controlli.

Possibile che l'effetto nostalgia, del "si stava meglio quando si stava peggio", della demonizzazione di tutto ciò che è nuovo debba sempre venire al primo posto? Prima ancora di un serio e ponderato ragionamento circa le opportunità offerte dalla rete, prima di una lucida e necessaria discussione in merito alle azioni da intraprendere per migliorare il medium? Ma non era la costante ricerca della verità il cuore di questa professione? La verità si trova dubitando delle facili conclusioni, e Report è sempre stato un baluardo del giornalismo che non si ferma alla prima impressione.

Sappiamo per certo che i prodotti televisivi vengono confezionati su misura degli inserzionisti. L'analisi del target la fa da padrona, arrivando a condizionare pesantemente il contenuto di qualsiasi tipo di programma, dalla fiction all'informativa. Per non parlare, poi, delle ingerenze politiche, della disinformazione dilagante, delle imperdonabili omissioni e della pressoché totale assenza di serialità televisiva di qualità che non sia importata. La rete, in questo senso, è un luogo di gran lunga migliore: censurare del tutto un'informazione è pressoché impossibile, i prodotti culturali che non appartengono al mainstream trovano comunque il loro spazio e, se si rivelano meritevoli, arrivano a godere della giusta visibilità, la pubblicità può essere del tutto ignorata e, se si fa attenzione, non si condividono più informazioni di quanto non si desideri. Certo, sulla destra dei nostri profili Facebook vediamo scorrere inserzioni che sembrano ispirate ai nostri gusti, a ciò che potremmo gradire, ma le assicuriamo che le troviamo di gran lunga preferibili ai costanti annunci pornografici che popolavano qualunque sito web negli anni '90. Inoltre, si può impedire che Facebook utilizzi le immagini dei suoi iscritti, così come si può vietare alle aziende di utilizzare indiscriminatamente le informazioni personali degli utenti. In sostanza: si può impostare la propria esistenza virtuale di modo che essa sia il meno esposta possibile, se si vuole si può, ma questo non significa che si "debba" volerlo.

La verità (che potrà anche suonare terribile alle orecchie di qualcuno, ma tant'è) è che i giovani sono molto meno interessati dei loro genitori a mantenere segreti alcuni aspetti della loro vita. Quelli interessati (come la maggior parte di noi) si informano, impostano al meglio le opzioni sulla privacy e gestiscono la loro esistenza online di modo che la rete non fagociti più informazioni del dovuto, altri -semplicemente- non ritengono che la privacy sia una questione rilevante. Certo, è vero che Zuckerberg, Page, Brin e gli altri top manager dell'area tecnologica continuano a guadagnare fior fiori di quattrini grazie alle informazioni che noi stessi abbiamo accettato di fornire loro, è ovvio che vada stabilito un limite allo strapotere di queste aziende, al monopolio che hanno imposto al web ed alle strategie non sempre limpide che tendono a portare avanti, ma questo non significa che la soluzione sia quella di spaventare gli utenti spingendoli a credere che essere in rete significhi trovarsi esposti automaticamente ad ogni sorta di crimine. Del resto, se ci pensiamo bene, i più attenti sociologi e filosofi della comunicazione avevano previsto che, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale e tutto il dolore che la strategia della segretezza aveva provocato, il mondo avrebbe optato per una comunicazione il più possibile "trasparente". Ne sono testimonianza sia l'emergere del fenomeno WikiLeaks, sia l'affermazione del social networking come strumento di condivisione, organizzazione e protesta, fenomeni che ci sembrano tutt'altro che trascurabili e che riportano, quanto meno, in equilibrio la bilancia dei pro e dei contro.

In fin dei conti, quel che ci ha profondamente offesi è stato sentirci spiegare la rete e i social media da qualcuno che, evidentemente, non li "frequenta", qualcuno che ha voluto vendere certezze un tanto al chilo ad un pubblico molto più competente ed informato di quanto si era supposto.

Questo è il target di Report.

È un target informato, critico, che vive il proprio tempo e non si lascia imbambolare né spaventare dall'allarmismo della prima ora. E siete stati proprio voi a formare questo genere di pubblico, eppure adesso -improvvisamente- fingete che ad ascoltarvi ci sia un branco di beoti che, magari, inserisce il proprio numero di cellulare su Facebook senza sospettare che quel numero potrà essere utilizzato a fini pubblicitari, o intercettato da terzi sconosciuti. Ebbene, forse è il caso di ribadirlo: il vostro pubblico lo sa.

Aggiungi un commento!