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La lotta al coronavirus si combatte su due fronti: da una parte ci sono la prevenzione dei contagi e il trattamento dei sintomi, nelle mani di cittadini, istituzioni e strutture cliniche; dall'altra la ricerca di un vaccino o di una cura che possano immunizzare la popolazione nei confronti della malattia o combattere l'avanzata di quest'ultima nei soggetti già infetti. Su questo fronte stanno arrivando notizie confortanti proprio dall'Italia e per la precisione dal CINECA di Bologna, che con l'ausilio di un supercomputer ha trovato un gruppo di 40 molecole, ciascuna delle quali potrebbe avere effetto contro l'azione del virus nell'organismo dei pazienti.

A riferirlo è stata l'agenzia Dire, attraverso le parole del direttore generale del consorzio interuniversitario italiano, David Vannozzi. Il CINECA gestisce infatti il supercomputer Marconi, inaugurato dal 2017 a scopo di ricerca e assegnato in queste settimane a una missione ad alta priorità: trovare una potenziale cura per il coronavirus. Il progetto è finanziato dall'Unione Europea e ha visto Marconi protagonista di calcoli particolarmente complessi: in particolare, il supercomputer ha sfogliato una banca dati da 500 miliardi di molecole farmacologiche conosciute, e ha effettuato per ciascuna molecola delle analisi e delle simulazioni su come potrebbe interagire con le proteine espresse dal virus e che permettono a quest'ultimo di infettarci.

Come ha sottolineato Vannozzi, la velocità di Marconi gli ha permesso occuparsi di metà della banca dati in appena un mese, mentre un normale computer ne impiegherebbe diversi per analizzarne soltanto una. È così che è stato selezionato il gruppo di 40 molecole che, secondo le simulazioni preliminari, potrebbero interferire con il funzionamento del virus, e fare da pietra angolare per lo sviluppo di una cura. A questo punto però lo sforzo di ricerca si biforca: Marconi continuerà per un altro mese il suo lavoro sulla porzione di banca dati rimanente, mentre le molecole selezionate fin qui dal supercomputer finiranno nelle mani di ricercatori in carne e ossa.

Questi ultimi avranno il compito di verificare se le sostanze individuate abbiano uno sbocco pratico o rappresentino un vicolo cieco; dovranno innanzitutto confermare l'esito delle simulazioni con esperimenti pratici sul virus, ma anche assicurarsi che eventuali farmaci che facciano leva sui principi attivi in sperimentazione non abbiano effetti avversi sull'organismo dei pazienti. Solo allora, eventualmente, le molecole individuate potranno essere testate sull'uomo, ma per Vannozzi il processo potrebbe portare a una possibile cura entro la seconda metà dell'anno.