
Sembra giunta l’ora finale per MySpace, almeno per come siamo abituati a conoscerlo. Il padre dei social network è caduto dinnanzi alla forza dirompente delle “nuove leve”, capitanate dall’onnivoro Facebook, affiancato da Twitter e YouTube. Solo tre anni fa il sito preferito dalle band musicali portava a casa 900 milioni di dollari di incassi e alla News corp. erano convinti di aver trovato la gallina dalle uova d’oro.
Ciò che non avevano previsto era Mark Zuckerberg.
La velocità con cui Facebook si è imposto al mondo come social network dominante non ha soltanto consegnato alla gloria uno studentello di Harvard, ma ha firmato contemporaneamente la condanna a morte di quasi tutti i suoi concorrenti, MySpace incluso. Per farsi un’idea, basta guardare i bilanci delle due società: mentre a Palo Alto incassavano 1,2 miliardi di dollari solo nel 2010, nello stesso anno la divisione della News corp di cui fa parte la rete sociale musicale segnava un rosso di 575 milioni di euro, di cui almeno un centinaio imputabili direttamente a MySpace.
La risposta di Murdoch è stata di natura strettamente manageriale, dai pesanti licenziamenti del personale fino alla partnership con lo stesso Facebook, senza però alcun vero tentativo di innovazione concettuale che permettesse al network di sopravvivere ed era da tempo ormai che i conti suggerivano di liberarsi al più presto di questa patata bollente. Dopo alcune voci riguardanti un’eventuale cessione a Vevo, la scelta sembra ricaduta Specific Media, azienda californiana specializzata nel campo pubblicitario. Manca l’annuncio ufficiale, ma dovrebbe essere questione di giorni.
Dopotutto MySpace vanta ancora diversi milioni di visitatori mensili, un ottimo bacino di utenza per chi opera nell’advertising, ma ciò che colpisce è di sicuro il ricavo di questa vendita, 35 milioni di dollari. Spiccioli in confronto ai 580 milioni spesi per acquistare il social network solo sei anni fa, che sembrano ancora meno se paragonati alle cifre astronomiche delle valutazioni di Facebook, Twitter o YouTube.
Un fallimento sotto ogni punto di vista che non può però essere imputato soltanto alla forza dirompente della nuova generazione di social network. La News corp. ha sempre avuto nei confronti di MySpace un atteggiamento di scarso interesse, nella convinzione che una volta lanciato il prodotto avesse vita autonoma e continuasse in eterno a produrre reddito. Il popolo di internet negli anni è cresciuto e le sue esigenze sono pian piano mutate e MySpace non ha saputo cogliere questi cambiamenti, lasciando invariata la sua formula anche dinnanzi alla perdita costante di utenti. Come in tutti gli altri campi in cui opera, Murdoch ha preferito cercare di imporre il proprio modo di fare e di pensare piuttosto che dare ascolto alle voci di chi stabilisce il successo o meno di un prodotto, ovvero il pubblico, visto invece solo come acquirente passivo.
Di sicuro le recenti rivolte africane o l’utilizzo dei social network come strumento anti-censura in Paesi governati da dittature appaiono come esempi molto più nobili e validi per certificare la progressiva maturazione degli internauti di tutto il mondo, ma anche la più banale scelta di intrattenimento in rete diventa man mano sempre più consapevole ed esigente e, risultati alla mano, l’approccio del controverso magnate australiano si è dimostrato più che fallimentare.
In poche parole, MySpace ci mancherà davvero poco.