A pochi giorni dall'accordo raggiunto con la FTC statunitense per la violazione della privacy dei suoi utenti minorenni su YouTube, Google deve affrontare una critica ancora più grave: gli sviluppatori del browser Brave hanno infatti accusato in queste ore la casa di Mountain View di avere congegnato un sistema per memorizzare la cronologia di navigazione degli utenti a loro insaputa, per offrire agli inserzionisti un metodo più preciso per distribuire annunci pubblicitari alle persone che potrebbero esserne interessate.

Stando a quanto ha dichiarato al Financial Times il responsabile per le policy di Brave, Johnny Ryan, Google utilizzerebbe la sua pervasiva infrastruttura dedita alla vendita di inserzioni online per identificare con un codice univoco tutti gli utenti che visitano i siti partner del programma. I siti visitati invierebbero il codice dell'utente che sta navigando a una banca dati presente in una pagina web nascosta, che conterrebbe così una cronologia di navigazione degli utenti finiti nel vortice. Questi profili fantasma composti da codice e cronologia verrebbero poi utilizzati dal sistema per permettere agli inserzionisti di piazzare i messaggi pubblicitari più efficaci all'interno delle successive pagine visitate da ciascun utente legato all'identificativo assegnatogli a sua insaputa.

Ryan afferma di aver verificato in prima persona le proprie affermazioni e di aver commissionato a una società di analisi una ricerca che ha coinvolto centinaia di persone per un mese, solamente per avere conferma delle proprie scoperte. Dal momento che arrivano da un'azienda il cui prodotto principale compete direttamente con il browser Chrome sviluppato proprio da Google, le accuse di Brave vanno per il momento prese con cautela; la casa di Mountain View dal canto suo ha dichiarato di non aver mai agito in quest'ambito senza il consenso degli utenti.

A fare chiarezza ci penserà il garante irlandese, al quale Brave ha fornito tutto il materiale acquisito nel corso delle proprie indagini. Le presunte violazioni sono infatti in aperta violazione del GDPR e potrebbero costare a Google una multa decisamente salata. In caso di effettive irregolarità le autorità non si lasceranno sfuggire l'occasione per intervenire.