huffingtonpost

Nato nel 2005 per volontà di Arianna Huffington, che oggi, proprio grazie al portale di news da lei fondato, è una delle donne che il Times inserisce tra le più potenti e influenti del mondo, l‘Huffington Post ha in breve tempo scalato le classifiche dei blog più letti, fino a raggiungere il primo posto nella classifica Technorati. Non stupisce, quindi, che qualcuno sia così interessato all'innovativo aggregatore di blog da voler spendere ben 315 milioni di dollari per farlo proprio. E non stupisce che questo qualcuno sia AOL, ovvero il più grande internet service provider del mondo, che già nel 2000 tentò di colonizzare definitivamente il mondo dell'informazione e dell'intrattenimento fondendosi con il gruppo Time Warner.

Ma gli otto anni di relazione tra i due gruppi sono stati caratterizzati da amare delusioni. Basti ricordare che, nel 2002, AOL Time Warner registrò una perdita di 99 milioni di dollari, la più grande mai registrata da una società e, nel 2009, le due compagnie si separarono definitivamente. Ora AOL ci riprova con il "piccolo" Huffington Post, una realtà che non può essere certamente paragonata a quella della Time Warner per grandezza, storia ed influenza, ma che tra le nascenti realtà del web journalism è di sicuro la più interessante e radicata.

Ad oggi, l'HuffPost gode di 25 milioni di utenti unici mensili ed è in rapida crescita; anche grazie ad innovativi sistemi di indicizzazione come l'utilizzo del doppio titolo che gli ha fatto guadagnare la fama di "pioniere". La fusione tra AOL e l'Huffington Post, ovvero la combinazione tra le enormi infrastrutture a disposizione del primo e l'approccio innovativo del secondo, darà vita, quasi certamente, ad una delle prime, grandi realtà del giornalismo digitale. Qualcosa che, presto, diventerà un imprescindibile riferimento per tutti.

Ne sono convinti sia Tim Armstrong, CEO di AOL, che Arianna Huffington, co-fondatrice dell'HuffPost.  Secondo Armstrong, infatti, "L’acquisizione dell’Huffington Post creerà una nuova generazione di media company americane con portata globale, in grado di combinare contenuti, community ed esperienze social per gli utenti. Insieme, le nostre compagnie abbracceranno il futuro e diventeranno una destinazione digitale capace di consegnare incomparabili esperienze sia ai consumatori che agli inserzionisti". Ed ecco, invece la dichiarazione a caldo della Huffington:

Qui si tratta di una vera e propria fusione di intenti che si adatta perfettamente alle nostre esigenze. L'Huffington Post continuerà sul medesimo sentiero percorso negli ultimi sei anni -sebbene adesso possa farlo alla velocità della luce- fondendosi con AOL. I nostri lettori potranno accedere all'Huffington Post dal medesimo URL di sempre, troveranno gli stessi contenuti prodotti con amore, più molto altro -più locale, più tecnologia, più intrattenimento, più finanza, e moltissimi video in più. Ci stiamo fondendo con una potente e leggendaria compagnia di new media con una vibrante, innovativa capacità di organizzare le notizie, conosciuta per la sua voce caratteristica, per il suo audience particolarmente impegnato, per l'enorme competenza nella costruzione di community, ed la grande esperienza nel campo della demistificazione delle notizie.

L'entusiasmo di tutti gli attori coinvolti nella vicenda è palese. Specie quello della Huffington che, grazie a questa fusione, si ritrova a capo del neonato gruppo dal nome The Huffington Post Media Group, avendo quindi sotto la propria egida diretta siti di informazione come: Engadget, TechCrunch, AOL Music, AOL Latino, Moviefone, Black Voices, MapQuest,  PopEater e moltissimi altri ancora. La nuova realtà editoriale, così formata, ha un potenziale di 117 milioni di utenti solo nel Nord America e di 270 milioni a livello mondiale. Ma la neo-editor in chief non raccoglie molti consensi da parte dei singoli staff dei vari blog, ed è TechCruch, in particolare, a fare i capricci per via della recente fusione. Lo dimostrano le odierne dichiarazioni di Paul Carr, il quale sostiene che l'Huffington Post sia stato acquistato solo perché "è letto da donne importanti che comprano cose". Ma il vero problema è che, come più volte segnalato dai vari editor, TechCrunch detesta produrre contenuti pensando solo all'ottimizzazione per motori di ricerca. Su questo punto, infatti, Carr è molto chiaro:

Io odio la SEO. È deleteria per il giornalismo, disincentiva i reporters dallo scrivere nuove storie e  li premia per il rimaneggiamento di quelle già esistenti. Ed è deleteria per qualsiasi altra cosa perché, come dire, è immondizia. Ma quando mi capita di discutere il fenomeno SEO in privato, ho sempre citato l'Huffington Post come l'eccezione che conferma la regola.

Insomma, il problema sembra essere il timore che la strategia SEO dell'HuffPost venga applicata anche alle restanti testate del gruppo AOL, sebbene quest'ultimo garantisca da sempre la non ingerenza nelle decisioni redazionali di ogni singolo sito.

Mai come in questi giorni, dopo il recente lancio di The Daily, appare chiaro come il mondo dell'editoria stia rincorrendo il cambiamento, tentando di adeguarsi ai tempi, di progredire abbastanza in fretta perché il futuro non sia così veloce da superarlo e renderla obsoleto. Tutti i grandi gruppi tentano di scovare un modo per dare nuova linfa ad un settore ormai in crisi da decenni; un settore che solo proponendo nuove formule per il web potrà tornare a dare considerevoli frutti.