(NASA/JPL-Caltech)
in foto: (NASA/JPL–Caltech)

Poter percorrere le distanze siderali che separano sistemi solari e galassie è sempre stato un sogno proibito di chiunque sia appassionato di esplorazione dello spazio: raggiungere la stella più vicina a noi dopo il Sole del resto richiederebbe quattro anni di viaggio alla velocità della luce – ammesso e non concesso che riusciremo mai a raggiungere un traguardo simile. In questi giorni però sta facendo discutere il progetto di David Burns, un ricercatore della NASA che ha pubblicato la proposta per un nuovo tipo di propulsore spaziale: la componente è stata battezzata motore elicoidale e – secondo i calcoli del suo inventore – potrebbe portare un vascello a una velocità pari al 99% di quella della luce.

Il motore elicoidale basa il proprio funzionamento su un principio della fisica secondo il quale la massa di un oggetto si modifica nel momento in cui la sua velocità si avvicina a quella della luce. Gli oggetti presi in considerazione dalle ipotesi di Burns sono ioni, che nel motore verrebbero fatti viaggiare lungo un acceleratore di particelle – in questo caso un tubo dal percorso elicoidale – capace di portare questi elementi a velocità vicine a quelle della luce. L'idea è quella di aumentare la velocità degli ioni – e quindi la loro massa – soltanto nel momento in cui viaggiano in una specifica direzione, decelerandoli invece quando viaggiano nella direzione opposta; in questo modo gli ioni produrrebbero spinte reattive di grado differente a seconda della direzione nella quale viaggiano, e la differenza tra le due forze esercitate potrebbe servire a condurre il vascello nella direzione desiderata.

I problemi che comporterebbe realizzare un motore simile sono di diverso tipo. Innanzitutto l'acceleratore elicoidale dovrebbe essere lungo 200 metri e avere un diametro di 12, ma soprattutto richiederebbe l'energia di una centrale elettrica (165 megawatt) per generare una spinta di appena un Newton, sufficiente giusto a riporre una confezione di spaghetti nella credenza. A questo proposito Burns ha però ricordato che nello spazio non esiste attrito che possa dissipare la forza generata dal motore elicoidale, e che dunque le successive spinte esercitate dal dispositivo si sommerebbero una con l'altra senza limiti, portando un eventuale vascello fino alla velocità desiderata; per farlo occorre comunque un quantitativo di energia non indifferente, ma anche sufficiente tempo a disposizione affinché la somma delle spinte successive produca un risultato apprezzabile.

Non è chiaro di quanto tempo si parli, e in ogni caso il lavoro di Burns è semplicemente basato su calcoli preliminari che non sono ancora stati messi sotto la lente di ingrandimento da altri esperti: prima di sapere se il motore elicoidale sia veramente qualcosa sulla quale sarà possibile lavorare, occorre che altri esperti si mettano al lavoro sulle specifiche immaginate.