I traguardi raggiunti dall'informatica quantistica raggiunti negli ultimi anni hanno acceso l'entusiasmo di scienziati e osservatori sull'effettiva possibilità di ottenere computer capaci di eseguire calcoli che gli attuali elaboratori non potrebbero mai effettuare, con vantaggi per il progresso scientifico ancora difficili da immaginare. Da ora in poi però i progressi in quest'ambito potrebbero farsi ancora più rapidi e significativi: a ipotizzarlo è un team di ricercatori di Australia, Giappone e Stati Uniti che ha realizzato il primo processore quantistico basato su luce laser capace in teoria di superare alcuni dei limiti associati allo sviluppo di questi dispositivi.

I computer quantistici in effetti esistono già da diverso tempo, ma sono sempre rimasti in uno stato piuttosto acerbo: non sono cioè ancora abbastanza sofisticati da poter soppiantare gli attuali supercomputer per operazioni che possano esserci davvero utili. La notizia dell'esistenza del primo dispositivo capace di avvicinarsi a un simile traguardo era giunta soltanto poche settimane fa, ma in generale i principi alla base di questo tipo di calcoli (entanglement e sovrapposizione di stati, diversi dal semplice passaggio di corrente che determina gli 1 e 0 del codice binario) sono talmente complessi da governare che intervenire sui i processori per renderli più complessi e potenti li rende anche soggetti a errori di perturbazione che li renderebbero inutilizzabili.

Tutto questo potrebbe cambiare con il modello proposto dai ricercatori e pubblicato sulla rivista Science. Il sistema imipegato è infatti pensato per ottenere gli stessi risultati dei processori quantistici tradizionali, ma nasce da un tipo di architettura differente e basata su impulsi di luce. I ricercatori hanno utilizzato speciali cristalli per convertire la normale luce laser da impiegare nel sistema in una tipologia di luce quantistica chiamata luce spremuta, che viene poi indirizzata da un sistema di specchi e fibre ottiche in un reticolo di simili elementi quantistici interconnessi.

Il sistema porta due vantaggi: mantiene bassi i tassi di errore dei processori dovuti alle perturbazioni del sistema a prescindere dal numero di elementi quantistici ospitati, e permette un grado di scalabilità che ai processori quantistici attuali è al momento precluso. Per il momento l'esperimento finito su Science è però ancora un prototipo: va perfezionato e ottimizzato, ma stando ai ricercatori che l'hanno realizzato rappresenta la chiave per dare un'accelerazione decisiva alla produzione di computer quantistici effettivamente utilizzabili.