Il diffondersi dell'automazione all'interno di lavori tradizionalmente svolti da esseri umani è una delle sfide più cruciali che dovremo affrontare in tutto il mondo nei prossimi decenni, facendo in modo che i lavori persi possano essere reucuperati in altri settori, riqualificando chi viene sostituito. Del fenomeno se ne parla da tempo, ma dare l'ultima stima della portata del fenomeno ci ha pensato la società di analisi Oxford Economics, secondo la quale nel solo comparto manufatturiero potrebbero essere ben 20 milioni i posti di lavoro che entro il 2030 saranno persi in tutto il mondo in favore di automi in grado di compierli al posto degli operai in carne e ossa.

Nel suo rapporto "How robots change the world", la società prevede che in media per ogni due robot impiegati nelle catene di montaggio del 2030 saranno stati lasciati a casa tre operai, ma anche che il processo non riguarderà tutto il mondo in modo omogeneo. A pagare il prezzo più alto in termini di posti persi saranno i Paesi in cui la forza lavoro è meno qualificata, in un percorso che non solo accentuerà divisioni già esistenti tra Paesi ad alto reddito e resto del mondo, ma rischia di scavare solchi ancora più profondi tra popolazioni di una stessa area geografica.

Il rapporto prosegue sottolineando come l'impiego dei robot possa a sua volta dare una spinta alla crescita economica e portare alla nascita di nuovi posti di lavoro, ma l'intero fenomeno andrà monitorato attentamente: purtroppo i posti che verranno occupati dai robot non sono identici a quelli che si renderanno disponibili, e chi perderà il proprio lavoro non è detto avrà le competenze necessarie a svolgere le nuove mansioni. Neanche questo del resto è un problema che gli studiosi hanno iniziato a porsi da oggi: una delle soluzioni consiste in programmi di rieducazione e riqualificazione della forza lavoro rimasta senza impiego – finanziati dai governi o dalle aziende; come dalla teoria si riuscirà a passare alla pratica resta però tutto da vedere.