La tempesta a tema privacy che Facebook si è creata attorno a sé sembra non avere più fine. In queste ore il New York Times ha pubblicato un reportage nel quale — descrivendo documenti interni all'azienda e le testimonianze di 50 ex dipendenti del gruppo di Menlo Park — accusa la società di aver concesso a 150 aziende esterne un accesso privilegiato ai dati dei suoi utenti, andando ben al di là di quanto veniva dichiarato a questi ultimi. Il New York Times parla di accordi di collaborazione nati anni fa ma che in alcuni casi sono rimasti validi fino all'anno scorso, e che a Facebook sono serviti per consolidare la propria presenza sui dispositivi, sui siti e accanto ai servizi delle aziende partner nell'ultimo decennio.

Secondo il New York Times, Apple ha potuto ad esempio sbirciare tra i contatti di Facebook e gli eventi in calendario degli utenti anche quando questi avevano scelto di non condividere le informazioni con l'app di Cupertino; Amazon e Microsoft hanno avuto a disposizione i nomi e le informazioni di contatto degli amici degli utenti che collegavano a Facebook i loro servizi; Spotify, Netflix e la Royal Bank of Canada potevano perfino leggere i messaggi privati degli utenti che legavano i loro account sui tre siti a quello sul social network. Ciascuna delle aziende citate direttamente ha invece già risposto di non essere stata al corrente di avere avuto questo tipo di accesso (Apple), di aver utilizzato i dati in modo appropriato (Amazon), di aver già eliminato le informazioni in questione (Microsoft), oppure di non aver mai richiesto alcun tipo di accesso ai privilegi descritti (Netflix) o di non averli mai sfruttati (Spotify e Royal Bank of Canada).

Facebook dal canto suo ha descritto gli accordi citati come funzionali a una migliore esperienza d'uso della piattaforma. Alcune partnership ad esempio sono servite, nei primi anni di vita del sito, a integrare la messaggistica e altre caratteristiche di Facebook a bordo di dispositivi come i Windows Phone, i primi iPhone e i gadget BlackBerry; altre hanno permesso di visualizzare i consigli degli amici in fatto di musica e serie tv. In ogni caso — ha specificato la società — ciascuna di queste integrazioni richiedeva agli utenti di effettuare l'accesso partendo dai relativi siti o dai dispositivi che finivano con l'essere collegati a Facebook.

Sul fatto che gli utenti fossero adeguatamente informati del livello di accesso concesso da Facebook ai produttori di telefoni o alle società partner del social ci sarà da dibattere. D'altro canto però è innegabile che gli accordi denunciati dal New York Times non siano serviti solamente a migliorare la piattaforma per i propri utenti, anzi: in un'epoca in cui Facebook non era ancora onnipresente come oggi, per l'azienda è stato fondamentale far trovare i suoi servizi comodamente raggiungibili sui siti, sui telefoni e sui portali di tutte le aziende più in voga di quegli anni; il prezzo da pagare per raggiungere questo obbiettivo e crescere così velocemente potrebbero essere stati proprio i dati dei suoi utenti.