facebook valore mille dollari

Mentre in Italia le attività legate al commercio di cannabis light sono state recentemente messe a repentaglio da una sentenza della corte di cassazione, negli Stati Uniti in realtà il cannabinoidolo (o CBD, una delle molecole che conferisce alle piante le loro peculiari proprietà) si può trovare praticamente ovunque. Non proprio ovunque a dire il vero: su Facebook sembra che tutte le attività commerciale legate all'ormai diffuso CBD vengano ormai sistematicamente censurate, nonostante ufficialmente non violino alcuna delle regole del social network.

La situazione è nota da tempo tra gli addetti ai lavori, ma The Verge ha raccolto in questi giorni le testimonianze di alcuni rivenditori di prodotti a base di CBD che raccontano tutte la stssa storia storia: nel momento in cui le attività vengono promosse con post sponsorizzati, il sistema disabilita automaticamente l'account e l'intera pagina dell'esercizio commerciale o dell'istituzione sparisce dalle pagine del social. Il motivo però non è chiaro, soprattutto dal momento che le regole del social vietano la promozione di alcool e droghe, marijuana inclusa, ma il CBD — che non è considerata una sostanza psicoattiva e che anche per questo sta conoscendo un vero e proprio boom commerciale — non viene neppure menzionato.

La conferma è arrivata da un portavoce del social interpellato da The Verge, anche se l'unico indizio scritto che può portare a una conclusione simile è una porzione del regolamento relativo agli annunci sponsorizzati, dove si vieta di promuovere la vendita di "integratori di dubbia sicurezza in base a quanto stabilito da Facebook, a sua esclusiva discrezione". Se così fosse, il punto della questione sarebbe proprio l'esclusiva discrezione del social network, che effettivamente si trova a dover decidere della legalità o meno di una molecola che alcuni sistemi legislativi ancora trattano diversamente a seconda dell'impiego che se ne fa.

A protestare per la situazione però non ci sono spietate organizzazioni per lo smercio di stupefacenti (che autorizzate o no riescono comunque a portare avanti le loro operazioni online anche a mezzo social) ma esercizi commerciali del tutto in regola, che cercano legittimamente di vendere su una piattaforma di portata globale prodotti che hanno il potenziale per fare del bene a molte persone. Una soluzione insomma andrà trovata; fino a quel momento — lamentano i commercianti danneggiati dalla chiusura repentina delle loro pagine — è meglio piuttosto che il social sia chiaro su cosa non ammette sulle proprie pagine, anziché ad esempio accettare i soldi per le sponsorizzazioni per poi disabilitare gli account, come è accaduto a una imprenditrice statunitense che non per niente sta portando Facebook in tribunale proprio in queste settimane.