Lasci l'iPad in mano a tuo figlio infante e te lo ritrovi bloccato per 48 anni suonati: è successo negli Stati Uniti al giornalista del New Yorker Evan Osnos, che si è recato in questi giorni su Twitter a chiedere aiuto per riattivare il suo dispositivo, risultato inutilizzabile per 25.536.442 minuti dopo una serie di tentativi di sblocco andati a vuoto da parte del bambino. Data l'assurdità della situazione lo stesso giornalista ha sentito il bisogno di precisare che il racconto non è una bufala, e in effetti portare il dispositivo in questo stato è difficile ma non impossibile.

L'unico dettaglio fornito da Osnos in realtà è che alla base del blocco dell'iPad ci sono stati tentativi multipli di accesso da parte del figlio, il che può aver portato confusione nell'interpretare la storia da parte di chi ne è venuto a conoscenza. Da una parte in effetti è vero che i prodotti con sistema operativo iOS sono protetti da un sistema di accesso basato su codice numerico, e che — dopo un numero predefinito di tentativi andati a vuoto —  il sistema costringe ad attendere un lasso di tempo sempre maggiore per effettuare la prova successiva. Il meccanismo è noto ed è stato ideato per limitare l'efficacia di tecniche di accesso che si basano sull'indovinare casualmente il codice.

D'altro canto però il bambino e il sistema di protezione non possono essere stati gli unici responsabili del disastro: intanto perché per arrivare una sola ora di attesa il bambino avrebbe dovuto persistere aspettando prima trenta secondi, poi un minuto, poi cinque, poi altri quindici e così via seguendo gli scaglioni impostati dagli sviluppatori di iOS; soprattutto però i lassi di tempo che iPad e iPhone possono imporre di attendere a chi tenta l'accesso hanno un tetto massimo.

L'ipotesi più plausibile dunque è che tra il blocco del tablet da parte del bambino e il ritrovamento del dispositivo da parte del padre sia intercorso un altro avvenimento: lo svuotamento della batteria. Come per tutti i dispositivi elettronici, un iPad completamente scarico non può tenere in memoria le informazioni relative alla data e all'ora correnti, e nel caso il dispositivo non sia impostato per reperire queste informazioni online ritorna a un orario standard che in molti casi è l'epoca Unix, ovvero il primo gennaio 1970.

I conti in effetti tornano, e seguendo questa pista la finestra di dialogo fotografata da Osnos punterebbe proprio al 2019. Purtroppo anche alla luce di questo non c'è modo di far capire al gadget che in realtà non è il 1970, motivo per cui per rimediare al problema occorre passare per altre vie. Il proprietario ha seguito uno dei consigli pervenutigli dalla comunità di Twitter: ha portato il gadget in modalità DFU per riportarlo alle impostazioni di fabbrica. Così facendo ha perso tutti i dati precedenti all'ultimo backup, ma almeno è riuscito a riutilizzare il dispositivo prima del 2067.