giorgia petrini

Giorgia Petrini è un'imprenditrice (CEO di Gpa), scrittrice (L'Italia che innova) e giornalista per il Sole24Ore. Da molto tempo ormai, Petrini si occupa di rete e nuove tecnologie, e non solo come commentatrice o in qualità di studiosa, ma in prima persona, con un entusiasmo e una fiducia nelle infinite risorse dell'essere umano in quanto tale che lascia piacevolmente sorpresi.

Anche per questa ragione non potevamo non chiederle di discutere con noi sui classici temi affrontati dalla nostra rubrica Dialoghi Digitali; una rubrica che tenta di scandagliare le più urgenti questioni tecnologiche, offrendo spunti di riflessione e dibattito. Il nostro tentativo è quello di dar voce alle diverse anime del mondo digitale italiano e, in questo senso, Giorgia Petrini rappresenta una ristretta frangia di tech-ottimisti. Giorgia non si lascia andare alla negatività ed è profondamente convinta che il successo sia frutto del credere profondamente in un progetto e dell'impegnarsi per ottenere un risultato. Nelle parole di Giorgia non c'è spazio per le recriminazioni ma solo per il lavoro, la decisione, la volontà.

Il Times ha eletto Mark Zuckerber uomo dell’anno grazie alla sua creatura Facebook. Il Financial Times ha eletto invece Steve Jobs, mentre altri hanno fatto addirittura il nome di Julian Assange, la mente dietro alla bufera Wikileaks. Lei a chi assegnerebbe il premio di innovatore del 2010?

Al Papa. Ultimamente siamo troppo concentrati a percepire “l’innovazione” come un surreale modo di emergere unicamente attraverso uno sviluppo tecnologico spesso neanche troppo chiaro a tutti, operatori del settore compresi. A mio avviso stiamo un po’ perdendo la capacità di capire che niente “è nuovo” se ha bisogno di “un contesto” per essere creato. E’ il momento dell’Io innovo, o penso di farlo, perché la gente mi stimola sotto il profilo della domanda. Le persone mi danno input. Ma come la mettiamo se “io innovo” a prescindere, in un certo senso, da quello che la gente chiede? Ecco perché ti rispondo il Papa. E’ l’unico al momento grande “innovatore” secondo me in grado di fare delle più banali tradizioni affettive un bene irrinunciabile per tutti, è l’unico in grado di cogliere innovazione nel rinnovamento continuo del pensiero umano non secondo una logica di capitalismo puro, dettata invece dal consumismo e dal progresso, anche il più sbagliato, ma secondo il supremo criterio del bene per il bene comune o dei valori tratti dai più semplici aspetti della vita quotidiana; cosa che nessuno dei nomi che hai citato fa o sa fare.

Quali saranno secondo lei le innovazioni del 2011?

Se per innovazione intendiamo “invenzione”, come dico sempre, credo che l’ultima reale invenzione dell’uomo sia riconducibile storicamente alla ruota, ovvero non ne vedo di altrettanta entità nel 2011. Se parliamo invece di “progresso” in quanto elaborazione complessa di più cose nuove messe insieme, indipendentemente dall’ambito, beh, ne facciamo e vediamo ogni giorno ormai. L’uomo è perennemente in balia di una corsa continua verso la sempre più convinta affermazione della propria onnipotenza: dilaga il genio, il talento, le menti che si ritengono superiori e così via. Ultimamente, mi pare che la cosa veramente più rara da trovare è qualcuno che si fermi a riflettere un attimo su quello che dice o su quello che pensa.

Qualche mese fa il ministro Alfano ospite di una trasmissione TV affermò che Facebook fosse nato dall’idea di una mente geniale come quella di Mark Zuckerberg e che non aveva ricevuto mai nessun finanziamento. Da questa gaffe è scaturita una discussione sulle startup italiane e sui finanziamenti alle giovani imprese il cui sistema nel nostro paese sembra essere quanto meno “inceppato” o almeno ben lontano dal modello dei venture capitalist americani. Come è possibile innovare in Italia se nessuno vuole finanziare la tua idea solo perché all’apparenza è troppo rischiosa?

Mi chiedi di sintetizzare una domanda sulla quale ho scritto un intero libro. Non facile, ma ci proviamo.

In merito all’intervento del Ministro Alfano (che io non ho avuto modo di vedere), ti direi che tutto sommato non lo ritengo “una gaffe” e sai perché? Perché se così fosse il mondo sarebbe pieno di esempi come Zuckergerg e invece non lo è.  Su questo aspetto secondo me c’è poco da discutere e io qui sono un tantino “bacchettona”. L’Italia NON è la Silicon Valley, l’italiano non è americano, le nostre scuole non sono dei college e la nostra più nota tradizione parla di vino e non di web o di fare nuova impresa. Zuckerberg di notte scriveva codici, noi di notte “si dorme” come dicono i miei amici toscani. Non legherei gli aspetti di “mente geniale” e “nazionalità” al detto per il quale in Italia non si può fare “perché nessuno vuole finanziare la tua idea”.

Detto che da noi di venture capitalist possiamo anche non parlarne date le premesse e il contesto, e detto anche che gli angels che ci sono qui investono, nella maggior parte dei casi, con la mentalità di un “compratore di immobili”, il problema non sono i soldi che secondo te nessuno ti da. Ma davvero noi siamo così convinti che se avessimo i capitali (che nessuno ancora è stato in grado di dimensionare) avremmo tante eBay, tante Google o tante Facebook? Davvero siamo così geniali e talentuosi da rimettere in discussione tutta la nostra storia per fare dell’innovazione il nostro migliore stendardo? Io credo che “uno Zuckerberg qualunque” nasca a prescindere una volta sola, probabilmente a caso e in un qualunque posto del mondo. Credo anche che qui ormai si stiano raccontando fiabe sulle nostre grandi capacità di fare cose che nel resto del mondo sanno sicuramente fare meglio di noi (che per contro siamo molto più bravi in tantissime altre arti e mestieri). Ma credo anche che se tu una cosa la vuoi, e hai fede e ci credi, con pazienza, costanza e perseveranza, la fai. Se invece ti interessa trovare sempre un capro espiatorio per dire che in Italia non si può fare, e fossi nato a Tumbuctu, avresti detto la stessa cosa, quindi… Io direi che intanto la prima cosa da fare è mettere insieme questa idea e imparare a renderla credibile, a te stesso per primo. Il resto viene dopo e i soldi, come il posto in cui nasci, in ogni caso, restano solo una parte del problema.

Qual’è il maggior ostacolo oggi in Italia per poter fare innovazione?

Noi stessi. La nostra capacità di crederci e di desiderarlo veramente, fino a pretendere di poterci davvero riuscire.

Slide Leaders è un progetto innovativo che intende accrescere e sviluppare un nuovo ecosistema imprenditoriale, finanziario, didattico e sociale che punti sui migliori giovani talenti italiani dell’innovazione per veicolarne il successo sul mercato locale e globale. Ci spiega in pratica cosa fate? Chi sono i Side-Leader? E i Side-Hunter?

Il brand Side Leaders non esiste più e l’associazione è in via di estinzione, giuridicamente parlando. Le attività programmate in quel percorso, con i soci fondatori iniziali che sono usciti dal gruppo (motivo per cui anche il blog, del quale stiamo attendendo la chiusura, non è aggiornato), per motivi di opportunità e di coerenza comunicazionale, “confluiranno” nel più noto brand dell’Italia che innova. Anche la missione iniziale è stata nel frattempo orientata ad obiettivi che man mano abbiamo ridisegnato e adattato a quello che di fatto ci siamo trovati davanti ed è un po’ presto per dirti quali cose terremo e quali stiamo pensando di cestinare.

Che consigli darebbe ai giovani startupper italiani?

Fede, coerenza, tenacia e soprattutto competere con quello che realmente sanno fare meglio e non con ciò che il sistema, il contesto o i media gli fanno credere di saper fare. Devono puntare su ciò che gli piace fare e cercare di arrivare a fare di un bellissimo hobby una professione, o di un passatempo un’industria. Il mondo si cambia così, tornando ai sogni di una volta. I nostri start upper molto spesso non hanno sogni propri. Hanno sogni altrui.

Il suo ultimo libro, "L'Italia che innova" è una raccolta di chiacchierate informali in cui i nove giovani imprenditori raccontano la loro storia, le esperienze vissute e le idee maturate attraverso anni di lavoro sul campo. Da questo libro escono fuori sia punti di forza degli italiani e che le debolezze del nostro sistema. Ci racconta come le è venuta in mente l’idea di raccogliere queste testimonianze? A chi è rivolto il suo libro?

In realtà sono imprenditori e manager. Il filo conduttore nella scelta dei profili è stato quello di trovare in Italia casi di giovani leader che non appartenessero a categorie di seconda, terza o quarta generazione, ma che fossero “home made”, partiti in qualche modo da zero. L’idea l’ho avuta sperando che anche in Italia i nostri giovani potessero voler trarre spunto da modelli di riferimento veri, tangibili, sconosciuti ai più ma in realtà noti in tutto il mondo per le loro abilità, nella convinzione del fatto che uno dei principali motivi di carenza motivazionale nel nostro Paese sia proprio dovuto alla mancanza di modelli di riferimento ed di esempi concreti che siano alla portata di tutti. Venivo da qualche grosso esempio di ingiustizia proprio negli ambienti che fanno del merito e delle capacità il proprio stendardo elettorale, associativo, politico o sociale, e così ho deciso di scrivere “un libro sul contrario”: la visione positiva di chi non si rassegna mai al fatto che, nonostante tutto, anche in Italia si può fare.

Insomma, l’ho scritto sperando che anche da noi si imparasse presto a trarre spunto dai propri sogni e dalle proprie convinzioni, prendendo esempio da chi lo ha già fatto e ci è riuscito, senza aiuti, senza spinte, senza cognomi importanti alle spalle e così via. A chi è rivolto? A tutti coloro che credono nella speranza e nella possibilità di farcela a prescindere da tutto; a coloro che l’hanno persa per qualche motivo, perché non si ritengano vittime privilegiate di un sistema che torce il collo a tutti; ai giovani, ma soprattutto ai giovanissimi, a quelli che sognano di fare qualcosa “di proprio” nella vita e magari di “grande”; a coloro che fanno della globalizzazione una grandissima opportunità e alle tante, tantissime persone che, ancora oggi, credono che per vivere basti respirare. Non è vero e io credo che, in questo tempo, ognuno di noi debba nutrire la propria coscienza e quella altrui di messaggi positivi, reali e credibili, di relazioni umane vere, di persone che cambiano il mondo e di tanta dignità, imparando a capire che tra un precario e Steve Jobs ci sono tanti piani in un grattacielo del vivere che da sempre lascia spazio a tutti. Chi lo vuole si prenda il suo.