15 Novembre 2019
15:37

Gli e-commerce inquinano sempre di più e la colpa è (anche) dei resi

Con una previsione di ben 1.2 milioni attesi solo nel giorno del 2 gennaio 2020 e spinti da un forte incremento degli acquisti online che non corrisponde ad un maggiore investimento in sedi e veicoli commerciali più ecosostenibili, c’è un altro fattore legato all’e-commerce che incide pesantemente sull’inquinamento: quello dei resi.
A cura di Dario Caliendo

Clicchi, paghi, in pochi giorni il prodotto è recapitato a casa e, se non va bene, puoi restituirlo. Ogni anno, ben oltre di 20 milioni di Italiani decidono di acquistare cellulari, elettrodomestici, computer, libri e addirittura cibo online. E sì, se ormai l‘inquinamento da acquisti online è un fenomeno più che conosciuto, soprattutto in Paesi come l'Italia dove la stragrande maggioranza delle spedizioni viaggia su gomma (e con automezzi neppure Euro 5), c'è un altro fattore estremamente inquinante e collegato all'e-commerce, che in pochi considerano veramente poco: il fenomeno dei resi che, solo nel giorno 2 gennaio 2020, saranno probabilmente oltre 1,2 milioni.

Perché i resi degli acquisti online inquinano

A mettere in evidenza il problema sono Sharon Cullinane, professoressa di logistica sostenibile, e Michael Browne che, con le festività dietro l'angolo e una previsione fatta da UPS che vede oltre un milione di pacchi restituiti ogni giorno per il mese di dicembre, hanno sottolineato come i clienti debbano "capire quanto i resi incidono sull'ambiente e comportarsi in maniera responsabile" e le aziende debbano "migliorare la propria efficienza, utilizzando magazzini e trasporti con un minore impatto sull'ambiente".

Una notizia in controtendenza con quanto scoperto dai ricercatori del MIT che, prima dell'arrivo delle consegne veloci, sostenevano in passato che acquistare merci online piuttosto che recarsi in un negozio fisico fosse un metodo più ecologico.

E capire le motivazioni per le quali i resi relativi agli acquisti online inquinano è piuttosto semplice. Per avere un'idea più chiara (e semplice) della cosa, basterebbe pensare che oltre al cartone e alla plastica che vengono utilizzati per gli imballi, con un viaggio di 600 Km da Milano a Roma un veicolo pesante produce in media 600 grammi di NOx e 60 grammi di PM10. Una quantità decisamente preoccupante, considerando che in Italia nel 2017 ogni sono stati spediti oltre 150 milioni di pacchi. E bene, è facile comprendere che rendendo i propri acquisti, la quantità di fattori inquinanti necessari per tutto il processo si potrebbe quasi raddoppiare.

Per Bezos la consegna in 1 giorno ridurrà l'inquinamento

E nonostante il CEO di Amazon, Jeff Bezos, sia certo che le nuove spedizioni in 1 giorno della sua azienda potrebbero ridurre l'impronta dell'immissione di carbonio nell'aria, in realtà alcuni esperti del settore affermano che consegnare i pacchi in maniera molto veloce è un processo che richiede più energia e più emissioni. Una teoria che in effetti cozza con quanto dichiarato da Bezos, ma che è dimostrata da un aumento delle emissioni da parte di Amazon del 6% nel 2018 rispetto al 2015.

Dello stesso parere è anche Crystal Lassiter, direttore senior di Global Sustainability & Environmental Affairs di UPS, che ha scritto in un rapporto "Stiamo guidando più miglia, utilizzando più energia e generando più emissioni in risposta alle richieste del mercato e per soddisfare le crescenti esigenze della catena di approvvigionamento dei nostri clienti.". Certo, i conti tornano, ma con una previsione di oltre 462 veicoli commerciali al mondo entro il 2050, e con utili che aumentano (quasi) proporzionalmente alla crescita degli acquisti online, oltre che ai siti di e-commerce la palla ormai è passata direttamente ai corrieri che, forse, dovrebbero iniziare a investire l'enorme aumento dei propri guadagni in mezzi di trasporto e magazzini più ecosostenibili.

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