27 Settembre 2019
17:02

Gli Stati Uniti usano Google Translate per leggere tra i social di chi scappa verso il Paese

Le linee guida utilizzate dai servizi per l’immigrazione e la cittadinanza statunitensi prevedono di scandagliare i social di chi richiede l’ingresso nel Paese in cerca di potenziali segnali di allarme. I sistemi per tradurre i contenuti in lingua straniera però non prevedono la presenza di interpreti, ma strumenti automatici che possono interpretare male il senso dei post.
A cura di Lorenzo Longhitano

Da qualche tempo ormai le autorità statunitensi richiedono a numerose categorie di persone che desiderano entrare negli Stati Unitirifugiati inclusi — di fornire insieme ai dati anagrafici anche gli indirizzi dei propri account social. Gli ufficiali possono così scandagliare i post dei richiedenti per tentare di capire se il loro ingresso sul suolo statunitense rappresenta una minaccia per il Paese, ma la pratica è stata giudicata controversa fin dall'inizio da più parti. Oltre ad aver sollevato critiche a tema privacy, il sistema con il quale queste informazioni vengono vagliate sembrerebbe inoltre fallace, dal momento che per valutare il grado di pericolosità di un individuo espresso dai suoi interventi social vengono utilizzati strumenti di traduzione automatica come Google Translate.

A rivelarlo è stata l'organizzazione di giornalismo investigativo ProPublica, che ha messo le mani su una sorta di manuale ufficiale utilizzato dai servizi per l'immigrazione e la cittandinanza statunitense. Il testo contiene linee guida per la revisione dei post social dei rifugiati che richiedono l'ingresso negli Stati Uniti per ricongiungersi a familiari già ammessi nel Paese, e tra le pagine sue si legge effettivamente che "il modo più efficace per tradurre contenuti in lingua straniera è affidarsi a uno dei numerosi strumenti gratuiti forniti da Google, Yahoo, Bing e altri motori di ricerca"; seguono le istruzioni per ottenere la traduzione desiderata senza impiegare alcun interprete in carne e ossa.

Il problema è che le aziende citate nei documenti sono generalmente le prime a mettere le mani avanti sull'affidabilità delle loro traduzioni. Google ad esempio fornisce agli sviluppatori esterni accesso al suo servizio translate, chiedendo loro però di specificare che la casa di Mountain View "disconosce tutte le garanzie correlate alle traduzioni, comprese tutte le garanzie di accuratezza e affidabilità" dei testi ottenuti. I sistemi di intelligenza artificiale e machine learning messi in campo in quest'ambito del resto sono migliorati molto rispetto solo a pochi anni fa, ma rimangono inadeguati a cogliere le sfumature del linguaggio umano, soprattutto quando si tratta di espressioni social fatte di colloquialismi, slang e abbreviazioni.

Un ostacolo simile dovrebbe far riflettere chiuqnue sull'impiego generico e indiscriminato di questi servizi, ma utilizzarli per valutare l'idoneità di una richiesta di ingresso in un Paese da parte di un rifugiato è ancora più grave: sul piatto c'è infatti il futuro di una persona che nel proprio luogo d'origine rischia la vita. Gli esperti interpellati da ProPublica condividono tutti preoccupazioni simili: basandosi su strumenti di traduzione inadeguati, gli ufficiali statunitensi potrebbero imbattersi in contenuti innocui la cui traduzione suona però minacciosa, e sulla base di simili ed erronee informazioni effettuare una valutazione che avrà un impatto decisivo sulla vita di un individuo.

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