28 Novembre 2019
10:25

I colossi del web in Italia pagano solo 64 milioni di euro di tasse

L’ultimo rapporto di R&S Mediobanca racconta una storia nota ma che ogni anno si fa più difficile da digerire. I ricavi complessivi nel mondo riferibili ai colossi del comparto web e software sono stati di 850 miliardi di euro nel solo 2018, ma a livello globale hanno versato appena il 14% circa di tasse.
A cura di Lorenzo Longhitano

Che i colossi globali del web cerchino di pagare meno tasse possibile nei Paesi in cui operano non è un mistero, anzi: come in passato hanno fatto notare i loro stessi rappresentanti, se le normative internazionali glielo consentono sarebbe poco astuto non approfittarne. Venire a conoscenza dei risparmi consentiti dagli slalom erariali nei quali queste aziende si adoperano però è ogni volta un colpo al cuore di chi invece davanti al fisco non cerca troppi escamotage.

L'ultimo rapporto che sta facendo scalpore in questo senso è di R&S Mediobanca: secondo le analisi dell'istituto infatti, grazie a strategie di ottimizzazione fiscale tra il 2014 e il 2018 i colossi del settore web e software sono riusciti a risparmiare ben 74 miliardi di euro di imposte in tutto il mondo. Al primo posto si posiziona Apple con 25 miliardi di risparmi, seguita da Microsoft con 16,5 miliardi, da Google con 11,6 e da Facebook con 6,3.

Un'aliquota da paradiso

Nel solo 2018 le aziende del comparto websoft hanno rastrellato in giro per il mondo ben 850 miliardi di euro, dei quali 110 miliardi di utili; a fronte di cifre simili, hanno però pagato in media circa il 14% di tasse: un'aliquota non solo decisamente inferiore a quella alla quale sono sottoposti i guadagni di qualunque azienda o normale cittadino in Italia, ma più bassa anche rispetto a quella che viene loro imposta nei Paesi dove spesso hanno sede (Stati Uniti e Cina). Il motivo è sempre il medesimo: una buona parte dell'utile di questi gruppi (circa la metà stando al rapporto di Mediobanca) è tassato in Paesi a fiscalità agevolata.

Le cifre in Italia

Ecco perché in Italia i ricavi aggregati delle 25 società messe sotto la lente di ingrandimento da Mediobanca si sono rivelati di appena 2,3 miliardi – una cifra da capogiro che però rappresenta appena lo 0,3% del computo globale. A fronte di una cifra simile i colossi del settore web e software hanno potuto versare all'erario nostrano appena 64 milioni di euro di imposte complessive – una somma in leggero aumento rispetto ai 59 milioni versati l'anno scorso che però non rispecchia la dimensione complessiva del giro di affari di queste aziende, né la crescita del 24,5% che quest'ultimo ha subito in un solo anno in tutto il mondo.

Di seguito la dichiarazione di Amazon Italia successiva alla pubblicazione del rapporto:

È fondamentalmente errato equiparare tutte le aziende digitali senza tenere in considerazione le differenze dei business in cui operiamo: l’imposta sulle società si basa sui profitti, non sui ricavi, e i nostri profitti sono rimasti bassi sia perché il business consumer retail è un business con margini ridotti sia per i continui, forti investimenti di Amazon in Italia che, dal 2010, ammontano a oltre 1,6 miliardi di euro. Nel caso di Amazon, la nostra aliquota fiscale effettiva globale dal 2010 al 2018 è stata mediamente del 24% e la nostra attività di business consumer è in perdita. E questo rapporto ignora anche il record di investimenti e la continua creazione di posti di lavoro in Italia, che aggiungerà ulteriori 1.000 dipendenti a tempo indeterminato ai 6.500 entro la fine del 2019 – dipendenti che lavorano in 20 sedi diverse con tutti i livelli di esperienza, istruzione e competenze, come, ad esempio, ingegneri, software developer, esperti di logistica o di marketing.

Il Rapporto dell'Area Studi Mediobanca ‘Multinationals: Financial Aggregates’ si basa quindi su una ricerca non corretta sulle società ‘Websoft’ e trae conclusioni errate almeno per quanto riguarda Amazon. Il rapporto non ha preso in considerazione l’impatto di tutte le entità italiane, ma solo 7 delle 11 società con cui Amazon opera in Italia che hanno ricadute in termini di gettito sia a livello locale sia a livello nazionale attraverso IVA, IRPEF, IRES, IRAP, TASI, TARI. Inoltre, Amazon paga tutte le tasse dovute in Italia e in tutti i Paesi in cui operiamo e le tasse pagate in Italia sono più alte rispetto a quelle dichiarate nel rapporto in quanto, da maggio 2015, abbiamo una succursale italiana di Amazon EU Sarl che registra tutti i ricavi, le spese, i profitti e paga le imposte dovute in Italia per le vendite al dettaglio, non in Lussemburgo.

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