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Il CEO di Pandora contro la complessità delle leggi sul Copyright

Joe Kennedy, CEO di Pandora, va all’attacco delle leggi che regolano il Copyright, auspicando un rapido cambiamento ed un’internazionalizzazione della materia.
A cura di Anna Coluccino
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Pandora è uno dei principali servizio di radio-online presenti sul web. Tra le particolarità del sito in questione, c'è l'utilizzo di un sistema che va sotto il nome di Music Genome Project, un algoritmo ideato per "catturare l'essenza della musica fino alle sue particelle primarie" e che si serve di ben 400 attributi/variabili attraverso cui i definisce i brani musicali, li riconosce, li classific, li indicizza. In questo modo, Pandora ha sempre potuto offrire un servizio pressoché unico ai suoi utenti: musica personalizzata secondo i gusti dell'utente. La selezione dei brani non prende minimamente in considerazione logiche commerciali relative alla diffusione o ai volumi di vendita delle canzoni,  ed è per questo che Pandora è da sempre un punto riferimento per chiunque voglia scoprire musica nuova e potenzialmente affine ai suoi interessi.

Circa un anno fa, Pandora è stata classificata tra le aziende più hot del mercato, nel gennaio di quest'anno ha cominciato a valutare di quotarsi in borsa e lo scorso febbraio è stata lanciata un IPO di 100 milioni di dollari. Pandora ha un archivio contenente circa 700.000 brani, una base di utenza formata da 48 milioni di persone che ascoltano musica online per circa 11.6 ore al mese, eppure è sottoposta a pesantissime limitazioni: tanto per cominciare il servizio è limitati ai soli cittadini statunitensi (almeno in teoria…), l'utente non può scegliere di ascoltare uno specifico brano o un artista, si possono skippare fino a massimo 7 brani all'ora e gli artisti presenti nel database sono tutti statunitensi o, quanto meno, hanno pubblicato anche negli USA.

Ora, se nonostante tutte queste limitazioni, Pandora riesce a raggiungere un volume d'utenza così rilevante, probabilmente sarebbe il caso di riconoscere che non è più tempo di reprimere, è ora di cambiare.

La pensa così (anche per ovvi interessi personali) il CEO di Pandora – Joe Kennedy- che lo scorso mercoledì, in occasione del NARM, conferenza sul diritto in materia musicale tenutasi a San Francisco, ha dichiarato:

Vorrei avere un dollaro per tutte le volte che ho ripetuto questa frase ‘la buona notizia è che Internet è globale, la cattiva notizia è che le leggi sul capyright variano da paese a paese' […] il problema più ostico di tutti è che non c'è nessuna voragine più grande di quella esiste tra l'aspirazione globale di Internet e il carattere terribilmente parrocchiale del Copyright. Inciamperemo ancora in questo problema, e non solo per i prossimi anni, ma -verosimilmente- per decadi e decadi ancora. Mi piacerebbe poter dire parole più ottimisteche.

Secondo Kennedy, le major avrebero potuto spendere il loro denaro allo scopo di sviluppare un miglior modello di business o, magari, creare delle partnership con le nascenti realtà della rete, ed invece -grazie alla scarsa elasticità delle leggi sul Copyright- hanno ritenuto più conveniente assumere decine di avvocati tentando di portare i loro concorrenti in tribunale. Ma hanno ottenuto davvero poco, il cambiamento ha vinto in ogni caso, e solo ora stanno provando a rimettersi al passo, ma è tardi, hanno perso troppo tempo.

Il problema principale, secondo Kennedy ed anche secondo noi, sta nel definire in cosa consista il concetto di "copia" nell'era digitale:

Esiste un problema fondamentale che continua a venir fuori di continuo. I computer, nel mondo digitale, lavorano producendo copie. Ecco perché è così frustrante essere una persona che si intende di informatica in una stanza piena zeppa di avvocati. Finché non ci sarà accordo nello stabilire che cosa sia una "copia" nel mondo digitale,  ci saranno ancora dei casi durante i quali verranno sparate fuori solo un mucchio di stronzate.

Insomma, al di là del personale interesse economico che il CEO di Pandora ha nel merito di un aspicabile cambiamento delle leggi in materia di copyright, da tech guys quali siamo, il suo punto di vista non solo ci appare pienamente condivisibile, ma anche piuttost lucido e pragmatico… Per tanto, lo sottoscriviamo.

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