15 Settembre 2011
08:01

L’Europa estende il copyright musicale fino a 70 anni… A quando l’eternizzazione?

A chi e a cosa serve l’estensione del copyright? E’ davvero un provvedimento che intende tutelare gli autori garantendone la sopravvivenza e la giusta remunerazione? Guardando il problema con equidistanza, lucidità e obiettività non esistono molte risposte possibili.
A cura di Anna Coluccino

L'Unione Europea ha deciso di estendere il copyright musicale da 50 a 70 anni, la decisione è stata presa con l’astensione di Austria ed Estonia e il voto contrario di Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca, Svezia, Olanda, Belgio, Lussemburgo e Romana e motivata da Bruxelles con l'assunto secondo il quale grazie a questo provvedimento gli autori potrebbero guadagnare "dai 150 ai 2000 euro in più all'anno".

Peccato che, purtroppo, da Bruxelles non specifichino quali autori arriveranno a beneficiare di siffatti vantaggi e dimenticano di dire che per gli emergenti e i giovani musicisti non cambia assolutamente nulla. Anzi.

Ma proviamo ad addentrarci nella materia tentando di fare un discorso più ampio che prenda avvio dal classico pianto greco che ascoltiamo da anni: la musica è in crisi, la rete l'ha uccisa, bisogna difendere il diritto d'autore…

Ma chi sono i sostenitori di questa tesi? Certo non i giovani autori, gli unici ad avere reali problemi a vivere della loro arte. No, sono le major e le star. Le stesse che fanno continue pressioni sulle istituzioni perché deliberino in materia e lo facciano a loro favore, non in favore della cittadinanza che -invece- avrebbe tutto il diritto a godere di un arte in cultura in maniera libera, varia e -certo- responsabile. Ma la fruizione responsabile di opere d'ingegno e la giusta remunerazione degli autori sono una cosa, gli interessi che l'Unione Europea e l'Agcom (in Italia) difendono sono ben altra.

A costo di sembrare pedante, comincerò questo breve commento alla decisione europea ricordando -per l'ennesima volta- un dato a cui non esiste replica possibile: Internet non ha ucciso la musica, così come -a suo tempo- non fecero le musicassette. Il finto luddismo che si cela dietro ogni rifiuto dell'industria culturale ad accogliere e favorire il progresso, altro non è che la ferma decisione a proteggere interessi di casta rispetto ai quali gli autori c'entrano poco o nulla, a meno che non si chiamino U2, Lady Gaga o Madonna… Al di là dei proclami, degli allarmismi, delle pseudo-campagne di sensibilizzazione che indicavano nella pirateria il male del secolo, gli utenti della rete hanno alimentato il mercato musicale, mercato che -per quanto riguarda le major- produce introiti di cui appare persino ridicolo lamentarsi e che -per quanto riguarda gli indipendenti- deve alla rete, alla libera circolazione della cultura e alle licenze per gli utilizzi non commerciali (in stile Creative Commons) la sua sopravvivenza.

Questo è il presente.

E se invece di ostacolarlo ci si occupasse di canalizzarne e ottimizzarne gli aspetti positivi, si  potrebbe dare vita a un futuro radioso per tutta l'industria culturale e non solo per quella rappresentata dai colossi a cui, purtroppo, preme salvare i lauti margini di guadagno che impongono su ogni prodotto culturale e nient'altro, non hanno interesse per le opere, la loro diffusione, l'ingegno, gli autori, il pubblico, l'arte. Il denaro è la loro unica religione. Tanto che le pressioni sugli organi istituzionali sono evidenti e pesantissime.

In un futuro ipotetico a scegliere cosa è bello, degno di stima e attenzione è solo il pubblico, e non le complesse logiche di marketing che impongono gusti e dettano tendenze e che, da troppo tempo ormai, hanno smesso di "interpretare" o "anticipare" l'evoluzione dell'arte. Troppo faticoso. Meglio inventarla. Giusto?

Fior fior di addetti ai lavori hanno più volte ripetuto, fino a sgolarsi, che l'estensione del copyright rappresenta la morte delle opere d'ingegno e che gli unici a guadagnare da decisioni di questo tipo non sono né gli autori né (tanto meno) i cittadini, ma solo i proprietari dei diritti. Ovvero, le major.

Tra i sostenitori di questo schema di pensiero annoveriamo Shane Richmond, caporedattore della sezione tecnologica del Telegraph che afferma senza mezzi termini:

L'estensione del copyright è un male per l'innovazione, un male per l'economia e un male per la nostra cultura. Le uniche persone a trarne vantaggio sono i collezionisti di diritti d'autore e, stando alle ricerche in materia, è molto più probabile che gli avvantaggiati siano le case discografiche e le star più ricche piuttosto che i musicisti in lotta per la sopravvivenza. Utilizzando i medesimi dati in possesso della Comunità Europea, Martin Kretschmer, professore alla Bournemouth University, ha scoperto che  -con un'estensione del copyright a 95 anni- circa l'80% degli artisti ricaverebbe al massimo 50 sterline in più all'anno. Ora, se è vero che 50 sterline sono meglio di niente, è pur vero che non è abbastanza per compensare il danno complessivo che, essenzialmente, è rappresentato dalla disincentivazione a creare nuove opere.

Chiunque desideri approfondire questa linea di pensiero può dare una scorsa agli articoli di Richmond, che non è certo un pirata informatico né -tanto meno- l'unica voce contraria all'estensione del copyright ma, di certo, è tra quelle più lucide e disinteressate.

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