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La SIAE ha recentemente deciso, motu proprio, che i trailer cinematografici sono dei video che rappresentano (di per loro) opere d'ingegno vere e proprie e non materiali promozionali relativi a film. E questo per via della "colonna sonora" che accompagna le immagini e che, secondo la società, va tutelata a parte. Ciò significa che, d'ora in poi, chiunque intenda pubblicizzare un film in uscita mostrando il trailer sul suo sito dovrà corrispondere alla SIAE un obolo pari a 450 euro a trimestre. In seguito al pagamento, poi, avrà diritto a mostrare fino a 30 trailer (e non uno di più! mai sia che si incorra nel reato di eccesso di pubblicità!).

Ora respiriamo e proviamo a ragionare lucidamente.

Poniamo il caso che in Italia esista un ente che tutela i diritti degli autori. Poniamo il caso che quell'ente abbia davvero a cuore il benessere dell'arte e della cultura. Poniamo il caso.

Ora consideriamo il fine ultimo del lavoro dell'autore.

Un autore scrive perché qualcuno legga (veda, ascolti,  insomma: acquisisca). Il concetto è alla base della comunicazione: uno o più mittenti comunicano verso uno o più riceventi.

E ora un ultimo passaggio, abbiate pazienza.

In un mondo in cui la produzione artistica è così esondante, appare evidente come un autore per poter essere "letto", abbia bisogno di essere "visto". Questo concetto è banalmente riducibile ad un'espressione comprensibile anche per il più gonzo dei gonzi: l'autore ha bisogno che la sua opera venga promossa, pubblicizzata.

A questo punto suppongo faremo presto a concordare sul fatto che un trailer cinematografico (tanto per fare un esempio…) altro non è che promozione, chiamiamola volgarmente: pubblicità dell'opera di un autore.

Siamo d'accordo?

E allora qualcuno mi spieghi (se lo fa la SIAE è meglio…) in quale universo razionale è anche lontanamente plausibile che la pubblicità di un'opera d'ingegno, realizzata affinché i potenziali riceventi si interessino all'opera e decidano di leggerla/vederla/ascoltarla, può essere considerata essa stessa "opera da sottoporre a tutela". In quale dimensione parallela stiamo vivendo se l'ente che dovrebbe difendere i diritti degli autori impedisce la libera diffusione non già dell'opera ma della pubblicità dell'opera?

In che modo, di grazia, quest'ente può essere considerato quale operante nell'interesse dell'autore? In quale altro campo è mai accaduto che chi ospita pubblicità debba pagare uno dei soggetti che di quella pubblicità giova per poterla ospitare?

Nel cinema, la SIAE viene già pagata a ogni biglietto emesso, a ogni passaggio televisivo, per ogni dvd affittato o venduto… La società degli autori e degli editori viene pagata a ogni piè sospinto, è possibile che si possa anche solo partorire l'idiozia di farsi pagare anche la promozione dei film?

Nel caso il mio ragionamento vi sembrasse criptico, mettiamola giù molto semplice: la SIAE sta agendo contro logica e buon senso, e contro gli interessi degli autori stessi; si è lanciata verso un precipizio credendo di aver trovato una sorta di Graal dell'arricchimento, una cosa a cui nessuno -prima- aveva mai pensato.

Ecco, a volte, quando si incappa in un'idea chiedendosi come mai nessuno prima l'abbia mai messa in pratica prima, basterebbe fermarsi e porsi una semplice domanda: come mai questa fantastica idea non è mai stata messa in pratica?

In buona sostanza, ciò che oggi chiede la SIAE imponendo ai siti il pagamento di un "abbonamento trimestrale di 450 euro a trimestre per poter ospitare fino a 30 trailer" è paragonabile, tanto per dire, a un produttore d'auto che chiede ai siti in cui vengono ospitati gli spot che pubblicizzano le sue vetture di pagarlo per trasmettere gli spot. Come se pagargli l'auto non fosse sufficiente.

Voi cosa rispondereste a qualcuno che giova della pubblicità che trasmettete se questi vi chiedesse di essere pagato per trasmetterla?

Io credo direi qualcosa di simile a: tienitela cara, la tua pubblicità.

E mi auguro sinceramente che questa sarà la risposta unanime della rete all'ennesima follia SIAE. Perché ora abbiamo raggiunto l'assurdo.