10 Gennaio 2012
10:35

La Svezia riconosce il Kopimismo, ovvero: il culto del file sharing

Pochi giorni fa, in Svezia, il culto del Kopimismo è stato riconosciuto in quanto religione a tutti gli effetti. Ma in cosa credono i kopimisti? Credono nel copia-incolla, nel file sharing, nella libera fruizione della cultura e dell’innovazione tecnologica.
A cura di Anna Coluccino

Non poteva che accadere in Svezia.

Dopo essersi fregiata d'aver dato i natali al primo Partito Pirata che, tra le altre cose, dava voce alla necessità di riforma del diritto d'autore e dei brevetti nel rispetto della libertà di circolazione della conoscenza, della protezione dei dati personali, della maggiore trasparenza e libertà d'espressione e dell'educazione gratuita, oggi la Svezia è la prima nazione al mondo ad aver ufficialmente riconosciuto il Kopimismo in quanto vero e proprio culto religioso. Il Kopimismo (termine che deriva dalla sostantivazione dell'espressione: copy me) promuove la sacralità del copia-incolla, del file sharing e, in generale, della comunicazione e della conoscenza.

Malgrado sembri una boutade, vi assicuriamo che non lo è. O meglio, lo è solo in parte.

La chiesta kopimista è una realtà -ormai- certificata e possiede già diverse sedi in tutto il mondo: dalla Russia al Canada, dagli USA all'India, dalla Danimarca alla Francia passando per la Romania. Il Kopimismo ha un suo pastore, il diciannovenne studente di filosofia Isak Gerson, un testo sacro "POwr, broccoli and Kopimi", simboli sacri (tra cui i tasti CTRL+C e CTRL+V) una liturgia strutturata, e una sua chiara professione di fede: "credo nella moltitudine dell’informazione, santa, e accessibile a tutti, credo nel copia-incolla; al libero scambio di canzoni, filmati e documenti"; ha inoltre un luogo di culto che -naturalmente- non è soltanto fisico, ma occupa l'intero world wide web, anche Internet -infatti- è sacro per i Kopimisti, e chiunque si riveda negli assunti del culto kopimista può praticare la propria fede attraverso la rete

Ma c'è una particolarità di questo culto che lo rende quasi unico nel suo genere e -in buona sostanza- ne evidenzia gli intenti provocatori: non esiste alcun accenno al trascendente. Eccezion fatta per il termine "sacro" (applicato alla conoscenza, alla circolazione della conoscenza e all'atto del copiare) non c'è neppure il vago accenno a un dio o a qualcosa che lo riguardi. Non esiste un pensiero escatologico, una cosmogonia, né un pantheon. In buona sostanza, il kopimismo non offre una lettura religiosa dell'origine e della fine dell'Uomo, semplicemente desidera che si consideri sacro il diritto a sapere.

Insomma, se per un attimo avevate temuto l'avvento di un novello culto scientologista non potevate essere più in errore. I kopimisti non credono che, con la giusta concentrazione, il corpo umano possa vagare nello spazio in forma incorporea, non utilizzano dubbie apparecchiature pseudo-tecnologiche per misurare i livelli di autocoscienza e -soprattutto- non domandano agli adepti di sborsare vagonate di denaro per "automigliorarsi".

La proliferazione di pseudo-culti religiosi ha del tragico. In periodi di crisi economica e sociale (ma anche di crisi personale) accade molto spesso che le persone si rifugino in una qualche trascendenza capace, da un lato, di fornire risposte rassicuranti sul senso dell'esistenza e, dall'altro, di offrire un modello di vita alternativo a quello che è andato in pezzi. Le persone sono alla disperata ricerca di regole di comportamento che, se seguite con fiducia, possano garantir loro una vita felice nell'al di qua e magari un bel premio per aver creduto nell'al di là. È innestandosi su questa umana necessità che molte religioni raccolgono proseliti e seminano danno in giro per il pianeta; un danno che non riguarda  soltanto le singole vite degli adepti plagiati, ma che diventa comunitario (nazionale ove non mondiale) quando il credo religioso viene assunto a discrimine per fare la lista di buoni e cattivi, beati e dannati.

Da questo punto di vista, siamo davvero felici di poter affermare che Kopimismo non appartiene alle categorie testé descritta e ha più funzione allegorica, provocatoria, educativa che religiosa.

In buona sostanza, il Kopimismo potrebbe essere considerato l'emanazione spirituale del Partito Pirata, laddove il partito rivendica il riconoscimento di alcuni diritti legati all'innovazione tecnologica, i kopisti provano a fare un passo oltre, pur senza inventarsi complesse cosmogonie, semplicemente chiedendo che alcune cose vengano riconosciute come sacre, inviolabili e non assoggettabili a leggi.

Ed è in quest'ultima affermazione che si potrebbe maliziosamente rintracciare una delle ragioni per cui Isak Gerson ha dato vita a questo movimento e ha insistito perché diventasse culto (impiegando quasi due anni in richieste e ricorsi). Fermo restando la motivazione essenzialmente filosofica che possiamo immaginare sottenda una simile scelta, ce ne potrebbe essere -infatti- una di ordine pratico. In Svezia le leggi contro il file sharing sono molto restrittive, ma se si infrange una legge -in ambito di diritto civile- per ragioni inerenti al proprio credo religioso (per i kopimisti copiare è un sacramento) si potrebbe forse godere di una qualche attenuante.

Certo, la natura provocatoria del culto kopimista è quanto mai evidente ma, una volta certificato che si tratta di una religione, occorre interagire con essa come con tutte le altre, non si possono discriminare o perseguitare i suoi adepti.

Naturalmente, resta il fatto che l'illegalità resta tale anche se teoricamente difesa dal credo di un culto religioso.

Insomma, dal punto di vista giuridico la scelta svedese potrebbe aprire non poche controversie e, mentre attendiamo di conoscere gli sviluppi di quello che potrebbe diventare un nuovo paradigma della contemporaneità, chiudiamo con il saluto che caratterizza la fine delle liturgie della neonata religione kopimista: copiate e disseminate, ovvero, copy and seed.

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