28 Dicembre 2011
17:51

Leandro Agrò, l’Interfaccia Utente, la filosofia e l’Italia: “un paese culturalmente conservatore” – Intervista

Abbiamo intervistato Leandro Agrò, Global Director User Experience presso la Publicis Healthware, partner della Sr Labs e presidente di Frontiers of Interaction. Agrò è un talento assoluto nel settore User Interface, un attento osservatore dei fenomeni sociologici legati alla tecnologia e un fine studioso di tutto quanto ruota intorno all’interazione uomo-macchina anche in termini “umanistici”. Se non lo conoscete, approfittate di questa intervista.
A cura di Anna Coluccino

Leandro Agrò è -come lui stesso si definisce- un ibrido: un uomo di scienza avvezzo alla speculazione filosofia e al culto dell'arte, una persona abituata a pensare in maniera non canonica, non standardizzata, non lineare e -proprio per questo- capace di creare oltre che eseguire.

Un paio d'anni fa la rivista Wired lo ha inserito nell'elenco degli "ItAliens", vale a dire nel novero degli italiani che si sono talmente distinti per acume e capacità da poter essere addirittura classificati come "intelligenze aliene". E scorrendo il curriculum di Agrò non è difficile comprendere come mai Wired abbia fatto ricadere la sua scelta su di lui e perché venga ritenuto -in generale- una delle migliori menti della sua generazione.

Tra le molte attività che caratterizzano il presente di Leandro c'è quella di geek of health, è infatti Global Director User Experience presso la Publicis Healthware e partner della Sr Labs per la quale ha sviluppato la creazione di cui va più orgoglioso: iAble; software nato per aiutare persone affette da deficit motori più o meno gravi a comunicare con il mondo e ad agire all'interno di esso per mezzo di un computer.  "Amo l’idea di aver fatto qualcosa di davvero importante per gli altri, usando la conoscenza della interazione uomo macchina", questo afferma Leandro quando gli chiediamo che cosa ha significato per lui aver contribuito alla creazione di iAble, ma i suoi meriti non si fermano certo a questo.

Già nel 1997, quando decise di partecipare all'Apple Design Project, l'azienda di Cupertino ne riconobbe subito il talento e decise di premiare il suo progetto (realizzato in collaborazione con altri e di cui parliamo nell'intervista che segue); da allora si sono susseguiti diverse avventure, diverse non solo perché "molte" ma anche e soprattutto perché differenti l'una dall'altra. Leadro Agrò ha fondato Idearum e WideTag, profuso impegno in Frontiers of Interaction -di cui è attualmente presidente; nel 2009 il New York Times sceglie una sua applicazione per iPhone tra le migliori dieci della sua categoria (WideNoise) e Yahoo ha inserito la conferenza di Frontiers of Interaction (da lui organizzata) nella classifica degli 10 eventi più importanti del 2010; come se non bastasse, è stato uno dei 14 personaggi selezionati per immaginare il futuro dell'Italia nel 2050 in occasione della Biennale dell'architettura di Venezia.

Nell'intervista che segue, però, abbiamo cercato di tracciare -prima di tutto- il profilo umano di un innovatore che consideriamo davvero peculiare. Abbiamo voluto conoscere la sua opinione riguardo i cambiamenti sociologici e filosofici verso cui la tecnologia sta traghettando il pianeta; avevamo il desiderio di sapere cosa pensasse dell'arretratezza italiana. In buona sostanza, oltre che per la grande carica innovatrice, abbiamo voluto parlare con Leandro Agrò perché in lui abita quella scintilla che lui chiama ibrida ma che per chi osserva il suo modo di agire nell'universo tech non può che essere definita anche da un altro aggettivo: visionaria.

Intervista a Leandro Agrò

L’interazione uomo-macchina, alla quale lavori da molti anni, ha interessato decenni di letteratura e cinematografia fantascientifica. Da questo punto di vista, quali sono le tue opere narrative preferite e qual è l’invenzione (momentaneamente) impossibile di cui ti piacerebbe essere artefice?

Hai presente “Star trek IV: rotta verso la Terra”?
Ad un certo punto del film l’equipaggio della Enterprise si ritrova sulla Terra all’inizio degli anni ’80 e c’è un esilarante momento in cui Scott si ritrova a dover usare un computer “terrestre”. Beh. Dopo alcuni tentativi di parlare al computer, gli mostrano il mouse e lui, lo afferra con sicurezza e ci parla dentro:”HELLO COMPUTER”.  Grandioso.

Il cinema, con le sue interfacce “fake” non ha il ruolo di realizzare sistemi di interazione che funzionano davvero. Ad esempio: In moltissimi considerano Minority Report una pietra miliare in tal senso… Spettacolare certo. Però io non mi vedo a fare il direttore d’orchestra a casa mia per scegliermi il posto dove andare in vacanza o fruire l’equivalente futuro delle email.

Oggi, la UI di Minority Report si può realizzare, con il Microsoft Kinect, a basso costo e senza avere strani guanti luminosi. Insomma, il futuro estremo di quel film è diventato passato senza mai essere Presente.

Nella categoria Fiction (o “fake”) User Interfaces, finisce quasi tutto quello che vediamo al cinema; il cui ruolo è d’altro canto, quello di ispirarci e aprire la nostra mente e non di progettare al posto nostro.

Sul tuo profilo Facebook hai dato ospitalità a un intervento di Roberto Bonzio dal titolo “Dobbiamo tutto agli hippie” in cui si illustra come la filosofia hippie abbia influenzato tanto positivamente San Francisco da farne la capitale dell’innovazione tecnologica. Perché sei d’accordo con la visione di Bonzio? E, soprattutto, ti va di illustrarci le ragioni del tuo commento all’intervento, ovvero: “ecco perché l’Italia non è una potenza tecnologica”?

Si, concordo con quanto dice Bonzio, ovvero che: Il ’68 da noi è finito con il salto della quaglia, dalle barricate alle poltrone, senza che la rivoluzione culturale si compisse davvero. Non c’è stata una “generazione zero” che ha avuto il compito e la responsabilità di ripensare il Paese.

Siamo culturalmente conservatori perché non abbiamo mai attraversato una fase in cui –davvero- tutto è stato rimesso in discussione.

E di contro, l’innovazione sboccia dove le idee circolano più liberamente, dove gli individui si sentono in grado di segnare il loro presente. Quanti, oggi, dei nostri giovani di talento, hanno la sensazione di poter davvero incidere in questo sistema? Viviamo –al contrario- in un sistema senza ascensori sociali, bloccato da classi di privilegi e caste, con troppo pochi e troppo poco celebrati esempi positivi. Ecco anche questo della celebrazione dei propri eroi è un particolare rilevante. Noi in Italia celebriamo i morti, i vip vaporosi, e poco –troppo poco- i tanti esempi imprenditoriali che abbiamo. Eppure i leader di aziende come Armani, Technogym, Eurotech, Yoox, etc, di cose sensate da dire ne hanno certamente di più di quante ne sentiamo in anni di TV.

E ora veniamo alle tue attività principali. Nel manifesto di Idearum, associazione ed eZine/community dedicata  al dibattito sui temi dell’interaction design da te fondata, si legge “Crediamo che per troppo tempo, la dimensione biologica, pulsionale ed emozionale della intelligenze e della comunicazione sia stata sottovalutata nell’ A.I. quanto nello studio e sviluppo dell’Interaction Design. Innanzi alla nascita di nuove domande e scenari, l’obiettivo di Idearium è quello di far incontrare e valorizzare tutti quelli esperti ‘ibridi' che incarnano, come persone e come professionisti, questa convergenza di competenze”. Cosa significa, per te, essere “ibrido”, quali domande si pone un “ibrido”, come agisce e come pensa alla tecnologia?

La faccenda dei talenti ibridi è di fondamentale importanza per il Paese. Immaginate per un istante che un novello Leonardo Da Vinci, stesse facendo un colloquio in una grande azienda. Avrebbe di fronte un tipo delle Risorse Umane che si spaventerebbe per il genio del suo interlocutore, il quale non sarebbe “controllabile” e rischierebbe di ridicolizzare di fatto la gerarchia nella quale andrebbe a incastrarsi. Anzi, nella quale non troverebbe alcun incastro, per via della sua poliedricità, quindi del suo essere ibrido.

Se –come spesso avviene- il valutatore di Leonardo ha a cuore il “minore impatto organizzativo”, allora è immediato che cercherà di NON assumere Leonardo o –grottescamente- di sconsigliarlo ad entrare in quella azienda.
Le risposte saranno del tipo: “sei troppo senior”, “sei troppo imprenditoriale”, “a noi serve uno specialista”, “ti annoieresti presto” o simili. Così Leonardo, frustrato ed incredulo se ne andrebbe a casa e l’azienda perderebbe una persona di quelle che –più di altre- avrebbe potuto contribuire alla innovazione.

“Ogni tecnologia sufficientemente avanzata, è indistingubile dalla magia.”
Arthur Clarke

Dirò una cosa scomoda: io non credo alla crisi. Credo semmai che questa sia –sin troppo spesso- una conseguenza della inedia o della mediocrità sistemica. Google non è nata ricca e non era certo il primo motore di ricerca. iPod non era certo il primo lettore MP3 (ed è una ferita che questo standard sia stato inventato da un italiano senza che potesse generare reale ricchezza). Prodotti come un termostato o una bilancia pesapersone sembrano mondi morti e sepolti sinché non arriva NEST o WITHINGS e li rianimano creando incredibili mercati mondiali.

Personalmente mi sono preso la briga di scrivere delle “Leggi” per il design degli oggetti del futuro, raccontandole pubblicamente in varie occasioni, compreso un recente TEDx. È ben chiaro cosa fare se si vuole crescere e prosperare: serve innovare. E per questo, il primo punto dell’agenda di ogni azienda, dovrebbe essere quello di trovare i propri ibridi.

Qualche tempo fa, la rivista Wired ti ha inserito nel ristretto gruppo dei cosiddetti ItAliens, ovvero le intelligenze superiori del Pianeta Italia. In effetti, ne hai fatte di cose per meritare tale appellativo, e vorrei partire prima di tutto da iAble. Ci racconti la genesi di questo straordinario software e un aneddoto che esemplifichi il peso di questa invenzione nella tua vita?

Prima quando parlavamo di Cinema, non ho risposto alla domanda: di cosa vorrei essere stato l’autore? Beh… mi accontento di avere costituito e diretto il team che ha usato l’eye-tracking per consetire ai malati di sclerosi di continuare a comunicare con il mondo, usando il loro semplice movimento degli occhi. Insieme, abbiamo ridisegnato da zero alcuni principi di interazione uomo macchina per arrivare a quel risultato. Così, una interazione futuribile sta –oramai da anni- avendo il suo presente. E per molte persone è –letteralmente- vitale. Non è molto cinematografico forse, ma amo l’idea di aver fatto qualcosa di davvero importante per gli altri, usando la conoscenza della interazione uomo macchina. iAble è questo. E quando ti abitui al fatto che il tuo computer scrolli la pagina di testo assecondando il tuo sguardo, gli altri computer che NON sono in grado di fare lo stesso, ti sembrano STUPIDI o ROTTI.

Tempo fa hai scritto: “penso che Jack Dorsey sia il nuovo Jobs”. Chi era –per te- Steve Jobs, cosa ti ha insegnato e che cosa bisogna essere per aspirare a somigliargli?

Il mio mestiere è fatto di pochi fondamentali ingredienti. La formula ibrida di cui parlavamo prima è alla base di tutto. Un pensiero critico positivo, che si manifesta attraverso continue (a volte ossessive) review di progetto, sono uno strumento quotidiano rilevantissimo. Saper fare le review è davvero una arte che impatta sull’intera azienda per la quale si lavora, perché ne cambia non solo il prodotto ma anche la cultura.

Jobs è stato un uomo eccezionale a cui tutti dobbiamo qualcosa, e –al contempo- non certo esente da difetti che io troverei intollerabili. Credo si possa TUTTI imparare ad assomigliargli nella sua capacità unica di “vedere” il prodotto, facendolo crescere attraverso review ferocemente costruttive, nonché assomigliargli nell’ essere e scegliere collaboratori ibridi. Jobs direbbe “persone capaci di unire i puntini”.

Osservando l’immagine sottostante, pescata sul tuo profilo Facebook, mi è venuta in mente una questione che posi proprio nella giornata del decimo anniversario del crollo delle Twin Towers: il rapporto tra quanto accaduto il 9/11 e l’innovazione tecnologica che ha caratterizzato gli ultimi 10 anni. Anche tu ritieni che l’11 settembre abbia accelerato l’innovazione tecnologica? In che modo è cambiato il rapporto dell’essere umano con la tecnologia da quel giorno in poi?

Il 9/11 è stato uno dei giorni peggiori della mia vita. Quel giorno –di fatto- è andata a picco la prima azienda che avevo creato, e in cui lavoravano più di cento persone tra Milano e Boston.

Il percorso della tecnologia è stato certamente influenzato da quel singolo evento. La videoconferenza –ad esempio- è stata utilizzata prima per necessità che non per reale maturazione delle persone verso quella modalità di comunicazione. E poi, un po’ alla volta, ci siamo abituati ed oggi è indispensabile. Nel frattempo, al supermercato si possono acquistare Droni telecomandati e robot di guardia o aspirapolvere autonomi. Anche queste cose sono state influenzate dal 9/11. Così come lo è stato la –mai sufficiente- rivoluzione green scoppiata in Silicon Valley. Permettimi però di aggiungere che –per quanto un singolo evento catastrofico possa cambiare la nostra cultura- il mercato lo cambi di più con le scelte di acquisto che fai ogni giorno.

Ci racconti del tuo incontro primo con Apple, la Silicon Valley e San Francisco? In cosa consisteva il progetto che ti valse il plauso e l’attenzione di Cupertino nel lontano 1997?

Whao. Roba davvero vecchissima.

Vivevo ad Agrigento, quando scoprii l’esistenza di una Scuola di Design qui a Milano –Domus Academy- che faceva un Corso di Interaction Design. Nessuno sapeva molto allora di cosa fosse questa disciplina ma io me ne innamorai subito, quindi ricordo di aver venduto tutte le carabattole informatiche che avevo (compresi dei mitici Quadra 700 ed 800) e mi comprai un allora costosissimo Powerbook 1400. A quel punto, con 500mila lire in tasca, il corso pagato e nulla altro che il mio portatile, andai in Domus. Lì c’erano due competition, una al MIT MediaLab ed una in Apple. Partecipai ad entrambe, e fui selezionato per andare a Cupertino a mostrare il progetto “Memories of Relations”. Il progetto era mirato a portare soluzioni per la collaborazione nelle Biblioteche antiche. Mi inventai tutta una roba di Realtà Aumentata (!!! 1997) fruibile attraverso dei tools come lenti di ingrandimento e segnalibri da fantascienza. Quando rivedo le immagini dei volti delle persone che lasciavano dei commenti ai libri, visualizzati come fossero una cloud sospesa a mezzaria… beh, vedo le tag clouds dei blog venute oltre dieci anni dopo, o le facce a cui facebook ci ha così profondamente abituato. Insomma, abbiamo maneggiato un pezzo di futuro allora. Se ce ne fossimo resi davvero conto, sarebbe stato grande! :D

Negli ultimi mesi mi è capitato molto spesso di avere a che fare con notevoli talenti tecnologici, moltissimi dei quali provenienti dalla Sicilia. Tu sei uno di questi. A questo punto mi permetto una provocazione: ma se tornaste tutti in patria, non sareste forse in grado di dar vita a una piccola Silicon Valley? Entriamo nel regno delle ipotesi e azzardiamo un abbozzo di analisi SWOT. Quali sarebbero i punti di forza e debolezza, e quali i rischi e le opportunità di un’operazione del genere?

Assolutamente no.

L’ho scritto più volte. Environment complessi come quello della Silicon Valley non nascono in un istante e non sono basati su una sola forza trainante. La Silicon Valley ci ha messo 50anni di finanziamenti militari per nascere e gli imprenditori che l’hanno fatta grande si sono CO-EVOLUTI in un sistema dove incontravano sia i capitali di ventura che le ricerche ed i talenti provenienti dalle grandi Università Californiane.

Anche io –quando avevo 25 anni- pensavo si potesse fare tecnologia in Sicilia e servo ancora i numeri di una rivista della Camera di Commercio dove dicevo esattamente queste cose. Ma sbagliavo.
Se io, Giuseppe, Michele, Roberto e mille altri tornassimo a casa non troveremmo ne i capitali, ne un fertile sistema di ricerca e generazione di talenti. Mi spiace, ma da quando io sono capace di intende e volere, non ho mai visto un Governo sufficientemente abile per comprendere quelle poche semplici cose utili a rifare l’Italia.

Tecnologia a parte. Quali sono le altri grandi passioni della tua vita?

Sono una sorta di Geek creativo. Uno a cui devi dare famiglia, banda larga, una sfida e un posto vivibile dove stare. Non mi serve molto altro.

Quali sono i più importanti mutamenti sociali indotti dalle moderne tecnologie? Quali pensi saranno i paradigmi relazionali del prossimo futuro?

Siamo un piccolo pianeta. Prima era un fatto geografico. Adesso un fatto Sociale. I sei gradi di separazione sono già stati ridotti a 4.2. Non poco se pensiamo che cinque anni fa, i social networks praticamente non esistevano e la fatica necessaria per risalire i sei gradi teorici di separazione, era enorme. Oggi, Facebook è il campo di gioco con cui l’umanità sta imparando a comunicare su scala planetaria. La fatica per passare da un grado di separazione all’altro, ridotta a zero. Visto in prospettiva, tutto questo potrebbe farci maturare delle abilità da fantascienza. Come in quei film di fantascienza dove c’è un popolo che usa la telepatia per comunicare. Beh, cloud computing, facebook e wearable interfaces o innesti neurali: eccoti servita la telepatia. Sir Artur Clarke ha sempre ragione: ogni tecnologia sufficientemente avanzata, è indistingubile dalla magia.

Qual è l’aspetto che più ti entusiasma del tuo lavoro?

D’istinto direi: Progettare, progettare, progettare. In realtà, adoro creare dei team, lavorare con gente talentuosa, raccontare in pubblico le idee che sono nate, e… progettare l’avevo già detto?

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