La storia dell'arte è disseminata di opere perdute di grandi autori, magari sopravvissute fino ai giorni nostri ma rovinate completamente o parzialmente dai segni del tempo. In futuro però per restaurarle potremo chiedere l'aiuto dell'intelligenza artificiale: lo dimostrano i risultati di due studi paralleli pubblicati recentemente, che hanno utilizzato algoritmi di machine learning per ricostruire parzialmente alcuni disegni deteriorati di Van Gogh e per far tornare alla luce un dipinto nascosto di Picasso.

Il primo risultato è il frutto del lavoro dell'Università Tecnica olandese di Delft, che ha addestrato una rete neurale convoluzionale sugli stili degli artisti più noti, fornendole migliaia di immagini dalle quali trarre spunto tra i quali anche quelle di Van Gogh. Software del genere finora sono serviti per individuare potenziali falsi confrontandoli con le nozioni degli artisti che gli algoritmi avevano introiettato, ma nello studio pubblicato recentemente sono stati utilizzati per tentare una ricostruzione pixel per pixel di alcune opere digitalizzate: una serie di disegni dell'artista particolarmente deteriorati. La tecnica si basa sui pochi dati a disposizione, come tracce sbiadite per ripristinare l'aspetto originale delle opere, ma il suo utilizzo – hanno commentato i ricercatori – può essere esteso ad altri artisti e ad altre tipologie di opera, come dipinti e vecchi documenti.

Il dipinto nascosto di Picasso è stato invece ricostruito da alcuni ricercatori dell'University College London: si tratta del nudo di donna scoperto anni fa sotto l'opera "Il vecchio chitarrista cieco", risalente al periodo blu dell'artista. La traccia sottostante il dipinto attuale era stata scovata dai critici e portata alla luce da alcune scansioni a raggi X e infrarossi effettuate sulla tela, ma fino ad oggi era rimasta semplicemente uno spettro in bianco e nero. I ricercatori hanno utilizzato un algoritmo di machine learning tarato con precisione sullo stile artistico del pittore per trasformare le scansioni in dipinti, in modo simile a come alcune app per smartphone come Prisma applicano filtri creativi alle foto per farle assomigliare ai quadri degli artisti più famosi.

I risultati in entrambi i casi potrebbero non corrispondere agli originali – in fondo l'autore è pur sempre un algoritmo – ma i suggerimenti offerti da questo tipo di sistemi potrebbero essere utili alla prossima generazione di restauratori alle prese con la ricostruzione di opere altrimenti impossibili da riportare alla luce.