13 Settembre 2011
13:02

Lorenzo Thione: “Essere imprenditore è come raccontare grandi storie”

Chi è Lorenzo Thione? A cosa si dedica -oggi- il creatore di Bing e cosa c’è da aspettarsi da lui in futuro? Un inside look sulle diverse, eppure complementari, esperienze professionali dell’italiano che ha dato vita al motore di ricerca di Microsoft.
A cura di Anna Coluccino

Lorenzo Thione è italiano, poco più che trentenne, ed è l’inventore di Bing o, per utilizzare quella che -in analisi grammaticale- si chiama “apposizione”, il motore di ricerca di Microsoft. Eh sì, perché l’analisi della lingua, della struttura, della semantica è alla base di tutto quanto ha reso celebre Lorenzo Thione, ma non è ciò a cui il giovane imprenditore -laureatosi al Politecnico di Milano (prima) e all'Università del Texas (poi)- ha voluto fermarsi. L'excursus della prima fase della sua carriera è straordinariamente lineare: nel 2006 lancia Powerset, nel 2008 viene acquisito da Microsoft che lo ingloba nel progetto Bing, nel 2010 lascia l'azienda di Redmond per dedicarsi completamente ai nuovi stimoli che -intanto- si erano affacciati nella sua vita. Da allora tutto è stato un incessante fluire di esperienze. A poco più di trent’anni, Thione ha già inanellato una buona serie di successi operando in campi molti diversi tra loro: dal teatro al no profit, dalla linguistica computazionale all’online market, tutto però sembra intrecciarsi a quella che Lorenzo chiama “la mia passione per la grande scrittura, per le storie ben raccontate”. Per lui, infatti, la logica segue un percorso molto semplice: l’imprenditore è un creativo/ i creativi realizzano prodotti, opere, servizi che migliorano la vita delle persone/ prodotti, opere e servizi raccontano storie… Quindi l'imprenditore è -a suo modo- un narratore. Questa la sua idea di imprenditorialità, il modello a cui si ispira e, a partire dal quale, dà forma alle sue idee.

Thione è un “creativo” nel senso più puro del termine: esplosivo, energico, propositivo, pieno di passione ed entusiasmo. La costante di ogni sua impresa è il successo. E per quelli inclini al rosicamento questo potrebbe essere una qualità insopportabile ma, biografia alla mano, tant’è. E vi dirò di più: navigando in rete ho scoperto che sono in molti gli addetti ai lavori che considerano Bing migliore di Google (ora evitate di tirarmi dietro tutte le verdure che avete a portata di mano please… tanto non trapasseranno lo schermo). Se vi sembra davvero impossibile allora prendetevi un minuto e fate un tentativo: scrivete Bing VS Google su… Ehm… Sul motore di ricerca che preferite… E troverete non pochi commenti a favore della creatura di Thione (precedentemente nota come Powerset).

Ambasciator non porta pena.

Tornando al creatore di Bing, tutto quel che si può dire di lui è che si tratta di  un professionista in costante evoluzione che, dopo aver lasciato che l’azienda di Bill Gates acquisisse il suo progetto ha girato la testa altrove, annusando il vento alla ricerca di progetti capaci di lasciare il segno, ancora una volta, nella vita delle persone.

Vi ho incuriositi almeno un po’? E allora leggetevi la nostra intervista all’inventore di Bing!

Studiando la tua biografia, salta subito agli occhi una certa allergia per le situazioni imprenditoriali “statiche”. Nonostante il successo ottenuto da Bing, infatti, non è passato un anno dall'acquisizione da parte di Microsoft che subito hai deciso di passare oltre, tornando alla fase dell'ideazione. Partendo da questo spunto,  ci racconti la tua idea di imprenditorialità?

Hai colto perfettamente il punto. Una delle cose che ho scoperto durante l’esperienza di Powerset è che fosse proprio l’esperienza imprenditoriale quella che mi aveva motivato e mi aveva dato le maggiori soddisfazioni, sia dal punti di vista formativo che personale, e con l’acquisizione di Microsoft molte di queste spinte imprenditoriali, di flessibilità, di agilità, di determinazione della direzione erano scomparse e, avendo preso un impegno di due anni -con l’acquisizione- per restare a  far parte del team di Bing, ho cominciato in maniera parallela a guardarmi attorno alla ricerca di altre opportunità. E così si è affacciata l’occasione della creare una società di produzione nella quale adesso impiego tutto il mio tempo, al cento per cento, per la messa in scena di un musical che debutterà il prossimo anno a Broadway. La mia idea di imprenditorialità in realtà è quella di “creatività”. Creatività intesa in maniera molto ampia e quindi applicabile anche allo sviluppo di un’idea che diventa prodotto, tecnologia, esperienza o qualunque genere di innovazione che abbia un impatto reale sulla vita delle persone. Ciò significa che così com’era “impresa” l’esperienza di Powerset lo è adesso la produzione di Allegiance,  che è il titolo dello spettacolo di cui mi sto occupando.

In questo momento ti stai occupando di produzione di musical teatrali (Sing Out, Louise! Productions) e di finanziamenti alle imprese all’interno della comunità LGBT (www.startout.org). In due parole: arte e filantropia. Le due cose hanno convissuto con l’impegno nello sviluppo di Bing per quasi due anni, poi hai preferito mettere in stand by l’imprenditoria “pura” e dedicarti a tempo pieno ad altre passioni. Come mai? Hai intenzione di tornare presto a startuppare?

Come ti dicevo prima, per me, quello che sto facendo è imprenditoria pura. Il lavoro di tutti i giorni, quello vero e proprio, è molto simile all’iniziale esperienza di Powerset, le dinamiche sono le stesse: avere un’idea, riconoscere il valore di quell’idea, creare un piano di marketing che connetta consumatori e utenti, sviluppare un brand, un marchio, raccogliere finanziamenti, sviluppare il team, metter su un gruppo di persone che ci credono e mettono le proprie risorse creative e finanziarie a servizio di questo progetto. Si tratta comunque di “prodotti”, come lo era Powerset può esserlo un musical o qualunque altro tipo di entertainment brand. In sostanza io credo di essere nella fase di start up proprio in questo momento. La produzione teatrale è una start up: siamo due persone, io e il mio socio, circondati da un vero e proprio villaggio di persone che si sta impegnando a realizzare il progetto. Anche StartOut è una start up, sebbene in maniera diversa perché è un’organizzazione senza scopo di lucro, ma è gestita come se fosse una start up: ci sono dieci board members, tutti si rimboccano le maniche e si impegnano a fondo per sviluppare la presenza dell’organizzazione sul territorio nazionale e internazionale di modo che tutto questo abbia un impatto diretto e reale sulla comunità LGBT e “fuori”. Il tutto con pochissime risorse. Eppure i risultati ottenuti in due anni e mezzo sono stati incredibili, e siamo tutti eccitati, entusiasti e orgogliosi di quello che abbiamo realizzato. L’orizzonte è molto luminoso per quanto riguarda il futuro di Startout.

Qualche settimana fa, si è diffusa la notizia di un tuo investimento in Gobble, un online market dedicato alla cucina casalinga in cui gli chef del posto possono costruire un personal shop ed offrire i propri servigi alle famiglie ed imprese vicine. Perché credi che modelli come questo si riveleranno vincenti?

Perché lo sono da anni; ebay è probabilmente tra i primi online market places ad aver dimostrato che non solo c’è un enorme valore che può essere estratto dalla creazione di una piattaforma che unisce la domanda e l’offerta, ma anche dalla creazione di tecnologie che permettono e facilitano l’interazione tra i fornitori di servizi o beni e i consumatori. AirBnB è un altro esempio molto chiaro di come questi self-regulated market places possano fiorire ed esplodere con una creazione enorme di valore per l’intermediario, in questo caso per la società AirBnB. L’opportunità di mercato di cui Gobble si stava e si sta occupando è enorme, untapped e arriva al cuore di una delle cose che animano di più la passione dell’essere umano, vale a dire il cibo.

Di sicuro la linguistica computazionale e, in generale, la ricerca online rientra tra le tue grandi passioni. A parte Powerset, da cui poi è nato Bing, sei attualmente impegnato come board member di Sercheeze e advisor di Doochoo. Cosa c’è che ti affascina tanto di questa materia?

Alla base di tutto esiste una fascinazione che proviene dal piacere di creare ordine e senso a partire da una quantità disordinata e molto ampia di informazioni. Poi, grazie all’esperienza acquisita per mezzo della creazione e progettazione di Powerset e, in generale, lavorando all’innovazione del settore della ricerca online, si è comunque creato un bagaglio di esperienze, di conoscenze e di expertise che ora torna utile ed è una base di valore per il mio coinvolgimento in altre start up. In buona sostanza, non è che questa materia mi affascini più di altre, è solo che -con il tempo e l’attivo coinvolgimento in moltissimi progetti di questo genere- si è creato un notevole bagaglio di conoscenze che mi agevola nell’entrare in contatto con sempre nuove start up.

Occupandoti di web semantico e di linguistica devi aver pensato moltissimo al significato delle parole, all’etimologia, alla sinonimia e al senso ultimo del “comunicare per mezzo di una lingua codificata”. Quali credi che siano le caratteristiche peculiari dell’inglese standard? In che cosa la filosofia che sottende la lingua inglese si differenzia da quella italiana?

Di certo ho pensato moltissimo al significato delle parole, all’etimologia, alla sinonimia, anche perché -di base- la linguistica computazionale è una disciplina che affronta la struttura del linguaggio e la computazione del significato in maniera formale. Inoltre, non c’è dubbio sul fatto che la mia preparazione scolastica, l’abilità di interpretare e costruire l’analisi logico-grammaticale delle frasi in italiano, fino all’innata passione per le lingue e la loro struttura abbiano avuto un’importanza determinante nel mio avvicinamento alla disciplina a cui mi sono dedicato per molto tempo. Detto questo però non so se ci siano, o meno, delle caratteristiche peculiari dell’inglese che lo rendono più o meno adeguato alla linguistica computazionale, di certo ogni lingua ha delle particolarità che rendono necessario un approccio codificato, statistico, però non credo che ci siano differenze filosofiche che rendono le lingue più o meno adatte a questo approccio. Di certo le tecniche che funzionano per una determinata lingua non si applicano automaticamente ad altre, a meno che non si adotti un approccio statistico.

Sbirciando il tuo profilo ho notato che hai una grande passione per la pop music e per le serie tv più pulp e glam della programmazione statunitense. Come si riflette l’inclinazione per il glamour all’interno del tuo lavoro di imprenditore?

In realtà quella che potrebbe sembrare una passione per il pulp e il glam deriva dal fatto che, in tempi recenti, la produzione americana di serie televisive originali hanno avuto una concentrazione di scrittori di grandissimo talento che si sono occupati della creazione di copioni e sceneggiature per Dexter, Damages e True Blood. Alla fine la mia è una passione per le storie, per le storie raccontate e strutturate in maniera brillante. In fondo è questo il filo di Arianna che collega le cose di cui mi occupo. Secondo me progettare un prodotto per un consumatore significa -in qualche modo- raccontargli una storia e questa storia deve avere gli stessi canoni, le stesse strutture e la stessa forza della sceneggiatura di un film, piuttosto che di uno spettacolo teatrale, piuttosto che di un libro. La mia, alla fine, più che una passione per il pulp e per il glam è una passione per la grande scrittura.

Il web 2.0 sta modificando profondamente la lingua e, forse, l’utilizzo dei medesimi strumenti in tutto il mondo sta anche (in qualche modo) “omologando” i codici linguistici. La lingua italiana è sempre più permeata da terminologia anglosassone e la creazione di neologismi procede senza freni. Che cosa accadrà alle lingue da qui a dieci anni?

Non riesco a fare previsioni, ma quello che posso dire è che -sicuramente- le lingue sono in rapida evoluzione. In buona sostanza, le nuove tecnologie, i nuovi prodotti e nuovi modi di interagire sia con la tecnologia che con altre persone creano la necessità di descrivere in maniera adeguata questi fenomeni con nuove parole. Spesso le nuove espressioni verbali vengono coniate prendendo in prestito i nomi dei brand e dei prodotti a partire dai quali sono nate queste nuove “possibilità” di interazione e, inoltre, la facilità di comunicazione tra diversi paesi con diverse lingue e uno sviluppo di carattere globale del mondo e della società sta creando la necessità di avere parole che condividano la struttura, l’etimologia, il suono e la morfologia.

Come dicevamo prima, una delle tue occupazioni è la produzione di musical teatrali. Rispetto a questo, uno dei fenomeni più dirompenti degli ultimi anni  è stato “Glee”. Tu che vivi questo mondo dall’interno, ci racconti com’è cambiato il “mercato del musical” in seguito al successo di “Glee”?

In inglese si dice the jury is still out, ovvero la giuria sta ancora deliberando, ma sicuramente avrà un grande impatto e probabilmente sarà un impatto positivo. Negli ultimi anni Glee ha educato, e sta educando, una nuova generazione all’apprezzamento del teatro musicale, dei Glee club, di un certo tipo di musica che accompagna lo storytelling, e di sicuro avrà un impatto positivo per quanto riguardo la capacità di attrarre nuova audience a teatro. È un fenomeno di massa, e come tutti i fenomeni di massa ha un impatto virale che ha un’esplosione e -solo in seguito- una ricaduta, quindi vedremo cosa succederà nelle prossime stagioni di Glee a seconda di quanto la friendzy che si è sviluppata in questi ultimi anni sarà capace di mantenersi, ma di sicuro il successo è stato molto forte. Una delle ricadute più forti, e già evidenti, risiede nel fatto che questa serie ha scaraventato nella costellazione delle stars televisive molti attori sconociuti o noti solo nell’ambiente di Broadway. Molti di questi attori e performers stanno tornando a partecipare a produzione teatrali portandosi dietro il pubblico che li ha amati e apprezzati in Glee e a cui -poi- viene offerta l’esperienza unica di partecipare a uno spettacolo di Broadway (è il caso di Dean Kress che si sta preparando a sostituire Daniel Radcliffe in How to succed in business without really trying).

E ora proviamo a rileggere tutto in salsa tech. Alla luce del grande successo mediatico che, negli ultimi anni, ha colpito i geek più ricchi del pianeta, ti faccio una domanda curiosa: hai mai pensato di produrre un musical che raccontasse delle rivoluzione tecnologica degli ultimi anni? Se dovessi farlo, chi sarebbero i principali protagonisti e in quali “ruoli”?

Questa è una domanda molto divertente (nel senso di funny) perché un mio caro amico -Bill Fisher- compositore e produttore teatrale, ma anche imprenditore qui in Silicon Valley, sta realizzando un nuovo spettacolo che si chiama “Geeks” che il 28 e 29 settembre prossimi sarà qui per un reading di sviluppo. Inizialmente, il progetto prevede una produzione di prova al di fuori di Broadway per poi spostarsi a Broadway. Si tratta di un musical che racconta la storia della bolla tecnologica della fine degli anni ‘90 e dell’inizio del 2000 e quindi ciò che ha caratterizzato l’esplosione e la determinazione culturale di Silicon Valley, sia qui che nel resto del mondo. Quindi, giacché lo sta già facendo questo mio collega, potrei mandarti le informazioni su questo spettacolo e raccontarti chi siano i principali protagonisti e quali siano i ruoli.

In quale altro settore digital tecnologico ti piacerebbe sperimentare?

Non so, probabilmente retail. Ho qualche idea su come cambiare la relazione e l’esperienza dell’acquisto e della delivery nell’ambito del retail tradizionale. Mi interessa anche l’esperienza di compagnie come “Gilt Groupe”, “Groupon”, “Livingsocial” o “The Daily Hoockup” (società di cui sono già advisor e investitore) che hanno innovato negli ultimi anni e che sono un po’ il role model in questo genere di innovazione (che mi piace moltissimo) e in merito al quale ho qualche idea che magari, nel futuro, dopo l’esperienza del musical, mi piacerebbe investigare. Sono interessato a società che affiancano al ruolo di intermediario pubblicitario una vera e propria componente logistica che consiste nell’abbinare domanda e offerta in maniera adeguata, e spremono le inefficienze da questo mercato trasformandole in vero valore.

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