In futuro, agli attuali datacenter a piatti rotanti, alle meno recenti soluzioni di stoccaggio su nastro magnetico e alle moderne soluzioni basate su dischi a stato solido si affiancherà un metodo di stoccaggio dei dati basato sul DNA. Microsoft ci sta lavorando da tempo, e in queste ore ha annunciato di aver realizzato un dispositivo in grado di immagazzinare informazioni a piacere, utilizzando come supporto proprio delle molecole del noto acido nucleico.

In realtà non è la prima volta che si riescono a sintetizzare filamenti di DNA per fare ospitare loro sequenze di informazioni anche di diverse centinaia di megabyte; la novità sta piuttosto nel fatto che il macchinario, realizzato da Microsoft con componenti del costo totale di 10mila dollari, è riuscito a portare a termine l'intero processo in modo autonomo e ottenendo un risultato recuperabile e leggibile da un altro apparecchio, aprendo le porte dunque a un processo completamente automatizzato.

L'informazione codificata nel DNA era estremamente semplice: una singola parola, ovvero "HELLO". Per arrivare allo stoccaggio il macchinario del gruppo ha prima di tutto convertito il testo in sequenze di 0 e 1 esattamente come avviene in tutti i dispositivi elettronici; infine ha sintetizzato gli acidi necessari a ottenere le sequenze di DNA desiderate, tenendole poi immagazzinate in forma liquida. Nel passaggio successivo un sequenziatore ha letto le molecole immagazzinate riottenendo le informazioni sotto forma di 0 e 1 così com'erano state stoccate poco prima, traducendole poi nella parola iniziale. L'intero processo ha richiesto 21 ore, ma stando ai ricercatori può essere portato a 12 con tecniche più raffinate e un macchinario anche meno costoso del prototipo utilizzato.

L'obbiettivo finale del team Microsoft è quello di sfruttare questa tecnologia per i datacenter del futuro, una prospettiva che considerate le attuali tempistiche e i costi delle operazioni ad oggi sembra controintuitiva, ma che una volta perfezionata si rivelerà rivoluzionaria. Il motivo è semplice: la quantità di informazioni immagazzinabili nel DNA è di diversi ordini di grandezza maggiore rispetto a quella registrabile sui supporti più diffusi oggi. Utilizzando il DNA come medium sarà infatti possibile stoccare una quantità di dati che ad oggi richiede datacenter delle dimensioni di un intero magazzino "nello spazio di una manciata di dadi da gioco".