Nello scorso weekend ci ha lasciati uno dei padri dell'informatica: Fernando Corbatò, statunitense di origini spagnole e professore emerito al MIT dove ha lavorato fin dai primi anni '60. A darne notizia è stato il The New York Times, ma in questi giorni a voler ricordare l'ingegnere scomparso sono stati in molti, per via dei contributi che ha saputo dare al campo dell'informatica e che hanno permesso all'intero settore di affermarsi come vera e propria scienza. Corbatò in particolare ha lavorato allo sviluppo dei sistemi di time sharing – un modo di concepire e sfruttare la potenza di calcolo dei computer completamente inedito fino alla fine degli anni '50.

A quei tempi i computer non avevano display né tastiera come li intendiamo oggi; venivano utilizzati assegnando loro lunghe liste di operazioni da eseguire, che poi le macchine potevano impiegare settimane per portare a termine. I problemi che derivavano da questo approccio erano però due: intanto al termine delle operazioni i dispositivi rimanevano completamente inattivi, fatto che per il loro costo veniva visto come uno spreco di risorse; inoltre durante i periodi di attività non accettavano richieste per altre operazioni e divenivano dunque inutilizzabili per altri utenti.

Il time sharing cambiò tutto questo, dando agli elaboratori abbastanza sofisticati la capacità di rivolgere parte della propria attenzione a comandi in arrivo dall'esterno anche durante le fasi di elaborazione, e di suddividere le proprie risorse tra due o più operazioni dedicando a ciascuna una porzione uguale di tempo. In questo modo è diventato possibile sia lavorare al computer mentre questo sta già compiendo altre operazioni, sia permettere a più utenti di utilizzare la stessa macchina, anche attraverso collegamenti telefonici.

Si tratta di caratteristiche che oggi diamo per scontate ma che ai tempi non lo erano, e anzi hanno contribuito a cambiare il modo di intendere i computer: da macchinari dediti a processare informazioni a prodotti coi quali si poteva interagire direttamente e da condividere con altri utenti. E proprio per perfezionare quest'ultimo aspetto Corbatò ideò un sistema atto a proteggere i dati dei singoli individui autorizzati a lavorarci: un accesso alle risorse contenute nella memoria protetto da password, che ha permesso alle prime comunità informatiche di formarsi attorno all'utilizzo di questi dispositivi.