11 Aprile 2019
10:29

No, un MacBook Pro non ha renderizzato la prima foto del buco nero (ma ha aiutato)

Nel pomeriggio di ieri gli scienziati del progetto internazionale Event Horizon Telescope hanno pubblicato la prima, storica immagine di un buco nero. Ma un dettaglio ha attirato l’attenzione di molti: il MacBook Pro posizionato davanti alla giovane Katie Bouman. In realtà il rendering dell’immagine ha richiesto potentissimi server e non solo un PC.
A cura di Marco Paretti

Nel pomeriggio di ieri gli scienziati del progetto internazionale Event Horizon Telescope (Eht) hanno pubblicato la prima, storica immagine di un buco nero, un evento incredibilmente importante che per la prima volta nella storia ci ha consentito di osservare un fenomeno fisico che fino ad oggi abbiamo visto solamente nelle raffigurazioni artistiche e nei render 3D. Un risultato ottenuto dopo circa due anni di lavoro dal progetto Event Horizon Telescope, un gruppo composto da oltre duecento scienziati e da otto potentissimi radiotelescopi sparsi in tutto il globo che hanno consentito di ottenere l'immagine del buco nero supermassiccio nel cuore della galassia M87, a circa 50 milioni di anni luce da noi.

Si parla di circa 5 petabyte di dati (pari a 5*106 gigabyte), una quantità di informazioni immensa che gli scienziati sono riusciti a gestire portando alla realizzazione dello scatto finale. Parte di questo successo è dovuto a Katie Bouman, dottoranda in computer science al Massachusetts Institute of Technology, e al suo MacBook Pro. È lei che ha guidato un team di scienziati nello sviluppo del software che ha consentito di gestire l'enorme quantità di informazioni generate dal progetto e che è stato eseguito su alcuni supercomputer collocati presso il Max Planck Institute per la radioastronomia di Monaco di Baviera e l’osservatorio Haystack del MIT in Massachusetts. Da qui si è creato un piccolo caso in seguito alla diffusione dell'immagine della Bouman visibilmente emozionata per l'apparizione dell'immagine definitiva sul suo MacBook: qualcuno ha pensato che il processo di rendering fosse avvenuto direttamente sul computer Apple. Ma non è così.

Katie Bauman e i 64 hard drive contenenti i 5 petabyte di dati
Katie Bauman e i 64 hard drive contenenti i 5 petabyte di dati

Le vere star: Python e server remoti

Scattata in realtà lo scorso anno ma diffusa solamente ieri, la foto della giovane ricercatrice sta facendo il giro del mondo proprio per l'entusiasmo che il suo volto lascia chiaramente trasparire. Ma anche perché qualcuno ha pensato che quel computer davanti a lei – un MacBook Pro precedente al 2016 – potesse aver compiuto tutto il lavoro di rendering, gestendo e analizzando 5 petabyte di dati contenuti in 64 hard drive posizionati in 8 rack. Semplicemente impossibile. A fare chiarezza sul processo è un utente di Reddit, che ha spiegato come la Bouman abbia utilizzato un Jupyter Notebook – un software open source basato su Python per condividere dati tra più utenti – e Matplotlib, una libreria per la creazione di grafici utilizzata per il rendering finale. Il codice e il processo di rendering effettivo, però, risiedevano tutti in remoto, sui potenti server utilizzati dal progetto per gestire i dati. Il MacBook Pro ha aiutato, certo, ma solo come terminale di input.

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