Da oggi utenti australiani di Facebook non hanno più accesso a nessun tipo di notizia dalle pagine del social network; se vorranno informarsi online dovranno farlo partendo da altre piattaforme o visitando direttamente i siti web delle testate che fino a ieri pubblicavano i loro contenuti sul sito. È la conseguenza di una reazione drastica che il gruppo di Mark Zuckerberg ha avuto nei confronti di una nuova norma approvata dal governo di Canberra, secondo la quale le piattaforme digitali come i social network dovranno ricompensare gli editori per i contenuti informativi ospitati sulle loro pagine.

Questione di soldi

Le motivazioni dietro alla legge sono di tipo economico. Poter ospitare le notizie di migliaia di testate contribuisce infatti a mantenere gli utenti su Facebook più a lungo; gli utenti, nella loro permanenza nell'app o sul sito, visualizzano così annunci personalizzati che al social vengono pagati profumatamente; di tutto questo denaro però gli editori non vedono un centesimo. L'obiezione di Facebook è la seguente: con i loro link pubblicati sulle loro pagine del social, gli editori possono attirare gli utenti sul loro sito, dove visualizzano i loro annunci e possono realizzare profitti; in questo senso insomma la piattaforma di Zuckerberg funzionerebbe come volano per gli editori.

Il doppio blocco di Zuckerberg

Più difficile è quantificare in quale percentuale gli utenti visitino effettivamente i siti delle testate per informarsi e quanto invece si limitino a leggere titoli e didascalie per poi commentarli sul social; sta di fatto che il gruppo di Mark Zuckerberg ha preso la sua decisione: nella giornata di ieri ha annunciato che avrebbe messo in atto un blocco totale delle news in Australia, e così è stato. Da oggi non solo le testate australiane non possono più pubblicare notizie per gli utenti Facebook di tutto il mondo, ma gli utenti australiani non possono più visualizzare news provenienti da qualunque parte del globo. Chi prova a condividere notizie in Australia o provenienti da testate australiane viene accolto da un messaggio di errore.

Gli effetti collaterali

Per alcuni utenti un Facebook senza notizie può suonare come un ritorno alle origini del social o addirittura come un sollievo. Il problema è che nel blocco deciso unilateralmente dal gruppo di Zuckerberg sono finite pagine e soggetti che non appartengono al mondo delle news ma sono di importanza vitale per la comunità: si va da pagine governative ad associazioni sindacali passando per enti pubblici che tramite Facebook diffondono velocemente informazioni sulla pandemia di coronavirus in corso. Il gruppo è stato sommerso di segnalazioni in merito, ha già risposto che l'inclusione di questi soggetti nel blocco è da imputare a un errore e sta provvedendo a ripristinare l'attividà delle pagine di pubblica utilità.

L'informazione in senso più stretto resta però bloccata; Facebook del resto è un'azienda privata e ha il diritto di muoversi come meglio crede per far valere le proprie ragioni. Se da una parte resta complesso prevedere come si risolverà lo scontro tra la società e il governo australiano, dall'altra è ancora più difficile che il blackout parziale imposto sul social non punti i riflettori sul potere che una singola multinazionale detiene sul modo in cui milioni di persone si informano e fanno comunità.

La reazione del governo

La risposta del governo australiano non si è fatta attendere: ai microfoni della BBC è intervenuto in prima persona il primo ministro Scott Morrison definendo la mossa del colosso "arrogante e deludente". Morrison ha proseguito con toni poco concilianti — ovvero affermando che l'Australia "non si lascerà intimidire" dalle azioni del gruppo Facebook, e che il tema sarà discusso con i leader di altri Paesi con i quali è da tempo in contatto sulla questione. Se si tratti di una semplice minaccia o dell'inizio di un'azione concertata nei confronti del social, sarà il tempo a dirlo.