11 Febbraio 2010
17:19

Riccardo Luna e la sfida del premio Nobel per la Pace a internet: intervista al direttore di Wired

Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, è il nuovo “ospite” di Dialoghi Digitali. Nell’intervista il direttore di Wired ripercorre la sua carriera a partire dall’esperienza in Silicon Valley del 2000 e approfondisce altre tematiche legate al web, e in particolare quelle inerenti a informazione e social network.
A cura di Redazione Tech
riccardo-luna

Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, sta facendo dell'assegnazione del premio Nobel per la Pace a Internet una vera e propria missione. L'ex giornalista de La Repubblica è il nuovo protagonista del web "ospite" di Dialoghi Digitali.

Con l'iniziativa del Nobel a Internet l'obiettivo di Luna è "aprire una discussione mondiale sul senso profondo della rete". Nell'intervista il direttore di Wired ripercorre anche la sua carriera, a partire dall'esperienza in Silicon Valley del 2000. Luna approfondisce inoltre altre tematiche legate al web, e in particolare quelle inerenti a informazione e social network.

Nel 2000 ha trascorso un periodo nella Silicon Valley per Repubblica. Lì ha avuto a che fare in maniera diretta con realtà quali Google e Microsoft. Che ricordo ha di quella esperienza e come ha influito sul suo percorso professionale successivo?

"Era il sogno della mia vita, ai tempi. Sentivo che una rivoluzione era in corso e volevo respirare quell'aria. Mi immersi per due mesi e poi ho cambiato tutta la mia vita per ragioni che sarebbe troppo lungo ricordare. Ci ho messo nove anni a tornare ad occuparmi delle cose che più mi interessano, che poi sono quelle che stanno cambiando il mondo".

Prima di Wired lei ha lavorato al Corriere dello Sport in qualità di vicedirettore e in seguito è stato il direttore de Il Romanista. Anni, dal 2001 in poi, in cui la rete ha “rivoluzionato” il giornalismo. Com’è cambiato questo settore nell’ultimo decennio?

"Moltissimo, potrei cavarmela dicendo il web 2.0. Prima andavamo su internet per cercare qualcosa, con Google, oggi andiamo per dire qualcosa e leggere cosa fanno i nostri amici o le persone che ci interessano. Internet non è mai stato così umano. Non l'ho detto io ma la regina di Giordania".

A marzo 2009 è nata la versione italiana di Wired: la “Bibbia di internet” è arrivata anche nel nostro Paese. Lei fin dall’inizio ha sottolineato come la testata non sia destinata a “tecnomaniaci”. A cosa puntate con la versione italiana della rivista?

"A fare un bel magazine, naturalmente. Ma soprattutto a diventare una piattaforma per tutti gli innovatori italiani, che non sono tanti ma neppure pochi, e solo aiutandosi e collaborando possono diventare rilevanti in un Paese che ha qualche difficoltà a parlare al futuro. Wired, per me, è un movimento. Di idee e passioni".

In occasione del lancio di Wired lei dichiarò: “la rivoluzione digitale sta arrivando anche in Italia”. In questo anno cosa è cambiato e secondo lei quali saranno gli ulteriori sviluppi futuri?

"Cambiato poco. Mi verrebbe da dire che il successo di Wired è stato l'unico cambiamento. Perché nessuno ci credeva, nessuno credeva che ci fosse un pubblico per un giornale così. E invece c'è, e non è un pubblico, è una community. Speriamo che serva a svegliare l'Italia".

Da Wired è partita la grande proposta di assegnare il premio Nobel per la Pace 2010 a Internet. Si tratta di un progetto a cui lei sta dedicando tantissimo impegno. Il premio, novità assoluta, potrebbe essere conferito a un medium. Il 1° febbraio 2010 è stato un giorno molto importante in quanto la candidatura è diventata ufficiale. Quali saranno le prossime iniziative?

"Difficile dirlo, ora su Twitter e gli altri social media seguo il dibattito che si è aperto nel mondo e sono felice. E' questo il nostro Nobel: aprire una discussione mondiale sul senso profondo della rete. Ora quella campagna non è più mia, ma di tutti quelli che hanno aderito e che la stanno diffondendo".

Per il Nobel a Internet tra i promotori ci sono personaggi illustri come Nicholas Negroponte, giunto in Italia proprio per dare risalto all’iniziativa. A Repubblica ha dichiarato: “internet è certamente uno strumento di pace, è un’arma di istruzione di massa e sta diventando un arma di costruzione di massa”. Non c’è il rischio di enfatizzare soltanto gli aspetti positivi della rete, seppur per un fine nobile?

"No, non c'è questo rischio. Negroponte ha anche detto: the dark side of the internet is not to have it. Ecco, intanto diamolo a tutti, poi l'educazione farà il resto".

Come ha avuto modo di spiegare in passato, non è necessario essere famosi per andare in copertina su Wired, anzi: si diventa famosi dopo essere andati in copertina, grazie a delle grandi idee. Perchè in Italia è difficile emergere e diventare celebri nonostante si abbiano idee brillanti e innovative?

"Non chiedetelo a me. Ogni volta quando mando in stampa la copertina mi dico scherzando: ecco, stavolta sarà un flop e mi cacciano. E invece i lettori apprezzano, perchè spesso i lettori sono migliori di quel che gli editori pensano".

Lei più volte ha avuto modo di sottolineare la grande novità costituita dai social network, che le consentono anche di avere un collegamento diretto e in tempo reale con i lettori. In che modo interagisce con questi ultimi attraverso Facebook e Twitter e quali sono i vantaggi che ne trae?

"Sono sempre online. Nel weekend scrivo meno ma seguo tutto quello che riguarda Wired. Oggi li ritengo indispensabili per fare bene il mio lavoro".

La recente decisione di Google di opporsi alla censura online del Governo della Cina costituisce una mossa che potrebbe risultare decisiva per il Paese. Secondo lei il provvedimento quale effetto avrà?

"Le cose cambiano troppo rapidamente per fare previsioni sensate nel breve periodo. E' chiaro che per me nel lungo periodo internet e la libertà vinceranno. Ma bisogna vedere quanto è lungo questo periodo".

Il web è anche e soprattutto informazione. Il New York Times ha annunciato una svolta per il 2011, quando parte delle news diventeranno a pagamento. Rupert Murdoch non ha fatto mistero di essere favorevole a una decisione simile per quanto riguarda le testate di sua proprietà. Qual è il destino dell’informazione in rete?

"Il grande giornalismo non scomparirà mai, anzi. La rete aiuterà i giornalisti che sapranno mettersi in gioco a lavorare meglio. E le cose che valgono la gente è disposta a pagarle un giusto prezzo".

Vittorio Zambardino si è dichiarato molto critico nei confronti del Governo in merito alla politica relativa al web. “Riusciranno a fare di questo paese un caso di arretratezza e ottusità conservatrice”, ha detto a Dialoghi Digitali. Il presidente dell’AGCom Corrado Calabrò ha definito il decreto Romani “legge inefficace e restrittiva”. Qual è la sua opinione in merito?

"Non è una questione di governo, ho trovato clamorosi casi di ignoranza o indifferenza in tutti e due gli schieramenti. C'è un lungo lavoro da fare presto, tutti assieme".

Telecom Italia sta portando avanti il programma Working Capital, volto a sostenere l’innovazione e le idee più brillanti in riferimento alla rete. Un’iniziativa molto interessante, ma piuttosto isolata. In Italia non si sente la mancanza di progetti simili lanciati da altri soggetti?

"Non c'è solo Working Capital. Telecom è stata brava a cimentarsi su questo campo. Ma ci sono vari progetti e altri ne verranno".

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