di majo facebook

Come ricordava anche il grande Dario Fo, che di satira ne ha sempre saputo molto, a proposito del senso di libertà che genera il fare satira, "un grandissimo uomo di teatro usava sempre dire: <<Prima regola: nella satira non ci sono regole>>. E questo penso sia fondamentale". Ma nell'era del digitale, dei social media e soprattutto di Facebook, anche il senso della satira va rivisto, anzi, va interpretato meglio. Nei giorni scorsi ha fatto molto discutere la decisione del colosso di Meno Park di apporre la dicitura "Non ufficiale" alla pagina parodia di Luigi Di Maio, quella intitolata "Luigi Di Majo" nel cui indirizzo è anche inserito "dimajoparodypage" con la descrizione “pagina (parody account ufficiale, aperto dal lunedì al sabato, chiuso la domenica)". Ma quella "j" al posto della "i" di Di Maio ha finito per confondere tutti gli utenti, oltre 23.000 like e oltre 23.500 utenti che la seguono. La stragrande maggioranza, di fronte ai contenuti sempre molto ironici, palesemente parodia delle vicende del vice ministro del governo guidato da Giuseppe Conte, in realtà ha sempre creduto che fosse la pagina ufficiale di Di Majo. E, dopo decine di migliaia di segnalazioni, Facebook si è trovata costretta a dover specificare a chiare lettere che quella è una pagina fake, una pagina parodia, con la dicitura completa "Non ufficiale: Luigi Di Majo".

Il caso diventa evidente quando lo stesso titolare della pagina si trova costretto a dare una spiegazione iniziando il suo post sulla pagina: "Sono l'autore della pagina. Questo è un post serio, poi torneremo a cazzeggiare come prima". Già, perchè ci si è trovati di fronte al fatto che bisognava specificare chiaramente che si trattava di una pagina parodia. In tanti, infatti, hanno creduto ai post e alle iniziative surreali come ad esempio quella del "Gratta e vinci nelle scuole", con tanto di commenti che criticavano la stessa iniziativa come "immorale". O anche quando dalla pagina parodia "Di Majo" scrisse di voler tagliare le "pensioni d'ora da 700 euro", apriti cielo! Per non parlare della "liason" con la sindaca Virginia Raggi.

"L'intento", ha scritto l'autore della pagina Luigi Di Majo, "non è mai stato quello di sbeffeggiare il Movimento 5 Stelle, ma solo di mettere in evidenza alcune loro caratteristiche e alcune loro debolezze, che diventavano sempre più evidenti dal momento in cui sono saliti al potere.  Tutto ciò usando le loro stesse armi, ovvero i social, e un linguaggio piuttosto informale". Un linguaggio che non tutti hanno compreso.

Una spiegazione potrebbe essere che ad oggi il linguaggio che viene usato sui social non è poi così diverso da quello usato dai politici. O, ancora, le persone alla fine fanno difficoltà a comprendere certi messaggi quando questi vengono avvicinati ai politici. Come se i social media, e Facebook in particolare, avessero messo a nudo il fatto che il detto "È la satira, bellezza", non sia più efficace. Bisogna specificarlo prima. Così facendo si perde proprio il senso stesso della satira che, come ricordava Dario Fo, è il senso stesso della libertà.

La specifica di Facebook, in questo contesto, forse ci ricorda che non abbiamo la piena consapevolezza della libertà di fare satira. La decisione presa dal social network di Mark Zuckerberg mette in evidenza questa incapacità di "ridere un po' della politica", perchè alla fine si prende tutto molto sul serio. Anche troppo.