I gruppi su WhatsApp e sul resto delle piattaforme di messaggistica istantanea sono strumenti decisamente versatili che vengono utilizzati con diversi scopi, spesso ben diversi dal semplice tenere in contatto nuclei di amici o familiari. Uno di questi utilizzi alternativi è finito recentemente sotto i riflettori grazie all'attività della Polizia di Agrigento, che nella giornata di lunedì ha denunciato 62 individui appartenenti a una stessa chat WhatsApp che aveva il fine di segnalare ai propri membri la dislocazione di pattuglie, autovelox e posti di blocco sul territorio. Lo ha riportato l'Ansa, secondo la quale la denuncia non sarebbe partita in conseguenza ad alcuna attività di indagine, ma semplicemente dopo il ritrovamento fortuito del telefono cellulare di uno dei partecipanti.

Di qui la scoperta: il gruppo faceva leva sulle segnalazioni dei singoli individui per allertare il resto della comunità, in un sistema che si può ricondurre al vecchio utilizzo dei lampeggianti che si faceva fino a un decennio fa — quando si azionavano gli abbaglianti per avvisare i guidatori in arrivo sulle corsia opposta della presenza di aver appena incrociato una pattuglia ferma. Oggi come allora, però, il comportamento costituisce un reato: l'accusa mossa dalla Polizia di Agrigento nei confronti delle persone individuate è interruzione di pubblico servizio, dal momento che "finiva per vanificare il buon esito del controllo del territorio intrapreso".

Stando al Codice Penale il reato è punito con fino a un anno di reclusione, ma la durata della pena può essere estesa fino a cinque anni per i capi, promotori od organizzatori dell'attività. L'ultima parola ora spetta al giudice, al quale però — fa notare Il Sole 24 Ore — andrà dimostrato che l'attività svolta dai 62 denunciati ha effettivamente avuto conseguenze sulla regolarità del servizio.