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TikTok, YouTube e Facebook diffondono abusi sugli animali: dai social 5 miliardi di visualizzazioni

È la denuncia dell’Asia for Animals Social Media Animal Cruelty Coalition, che soltanto negli ultimi 12 mesi è riuscita a isolare su TikTok, YouTube, Facebook e altri social ben 5.480 link che portano a contenuti di questo genere, i quali sono stati visti per ben 5,3 miliardi di volte nonostante violino le regole.
A cura di Lorenzo Longhitano
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Le piattaforme di condivisione online diffondono presso miliardi di persone ore e ore di contenuti video e di fotografie, ma in questo materiale si nasconde anche un'immensa quantità di clip che contengono atti di crudeltà verso gli animali: da maltrattamenti a umiliazioni, fino a uccisioni e vere e proprie torture. È la denuncia dell'Asia for Animals Social Media Animal Cruelty Coalition, che soltanto negli ultimi 12 mesi è riuscita a isolare su TikTok, YouTube, Facebook e altri social ben 5.480 link che portano a contenuti di questo genere, i quali sono stati visti per ben 5,3 miliardi di volte.

La denuncia dell'associazione

L'allarme è stato lanciato dalla SMACC all'interno di un dettagliato rapporto sui contenuti scovati. La sigla riunisce parecchie importanti associazioni animaliste a livello globale, la cui accusa è chiara: mentre ciascuna di queste piattaforme professa la propria determinazione nella lotta ai contenuti violenti, tra le maglie dei loro algoritmi di moderazione il benessere degli animali non è una priorità. Da cuccioli di scimmia seppelliti vivi, gatti incendiati o calpestati, animali ripresi mentre vengono divorati vivi e cuccioli di altri animali dati in pasto ai serpenti a favore di telecamera: i social, con i loro server sterminati, i loro algoritmi di raccomandazione e la loro brama di catturare l'attenzione degli spettatori a scopi pubblicitari, favoriscono inavvertitamente il diffondersi di migliaia di video che mostrano e promuovono un vero e proprio orrore.

I video incriminati

Stando al rapporto, gli animali presenti più fequentemente nel video in questione sono volatili, seguiti da cani e gatti, poi da animali selvaggi, rettili e primati. Non mancano però clip nelle quali a finire sotto torture e maltrattamenti sono specie protette, come pangolini e gibboni. Il Paese dal quale proviene la maggior parte di questi video (1.626) è l'Indonesia, seguita dagli Stati Uniti e dall'Australia, ma non mancano clip registrate in Paesi europei. I video sono stati catalogati in quattro categorie di gravità crescente, da animali vestiti da esseri umani e obbligati a comportarsi come persone, al fenomeno delle fake rescue – i finti salvataggi nei quali gli animali vengono messi appositamente in pericolo per poi essere salvati all'ultimo secondo – per finire con veri e propri atti di crudeltà e sevizie.

La responsabilità delle piattaforme

Un portavoce di YouTube è già intervenuto sulla vicenda affermando alla testata Newsweek che questi contenuti sono vietati sul sito e che i sistemi di moderazione sono addestrati a rimuoverli, ma evidentemente questi sistemi hanno delle falle non più trascurabili. Due dei canali della piattaforma che ospitavano questi video contavano dai 30 ai 45 milioni di iscritti e – stando ai calcoli del rapporto – la piattaforma ha guadagnato 12 milioni di dollari in appena 3 mesi grazie ai guadagni generati da questi video, i cui autori hanno invece intascato 15 milioni.

Di seguito la dichiarazione ufficiale di YouTube:

"Contenuti che raffigurano violenza o abusi sugli animali non sono mai stati consentiti su YouTube. All'inizio di quest'anno, abbiamo rafforzato le nostre norme relative a contenuti violenti o espliciti di abuso di animali, per vietare in modo più chiaro quelli con deliberata sofferenza fisica o danni agli animali, e al contempo per tenere conto maggiormente delle differenze culturali relative al consumo di animali."

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