L'ultima iniziativa del numero uno di Apple Tim Cook non piacerà al presidente degli Stati Uniti Donald Trump; l'amministratore delegato della casa di Cupertino ha infatti inviato in queste ore presso la Corte Suprema degli Stati Uniti un memoriale informale nel quale l'azienda prende una posizione netta su una questione scottante dell'intero mandato di Trump: l'immigrazione. La lettera è di una quindicina di pagine ed è la prima di questo tipo inviata a titolo personale da Cook all'organo istituzionale; al suo interno il numero uno di Apple e il suo vicepresidente raccontano l'esperienza positiva dell'azienda con la propria forza lavoro migrante definendola una risorsa preziosa e da tutelare.

L'occasione della lettera inviata alla Corte Suprema è la difesa del DACA, ovvero il Deferred Action for Childhood Arrivals: una politica sugli arrivi instaurata dall'amministrazione Obama che tutela i diritti dei minori entrati negli Stati Uniti in modo irregolare – i cosiddeti Dreamers – proteggendoli dal rischio di essere deportati e consentendo loro di richiedere permessi di lavoro senza rischiare conseguenze. Il programma rischia di essere terminato dalla presidenza Trump fin dal 2017 e la Corte Suprema è stata chiamata a esprimersi più volte sulla questione, con una decisione definitiva prevista nelle prossime settimane.

Il punto di Tim Cook e del vicepresidente Deirdre O'Brien è che i migranti costituiscono da sempre una risorsa per l'azienda e che senza di loro Apple stessa "rischierebbe di non esistere". Sono ingegneri, sviluppatori, addetti alle vendite e al supporto tecnico al lavoro in 36 stati, nati e cresciuti in contesti differenti che ora consentono loro di approcciarsi a problemi e sfide da prospettive diverse rispetto a quelle della maggior parte degli altri dipendenti, donando all'intera azienda una marcia in più. All'interno della forza lavoro del gruppo – si legge nel memoriale – ci sono centinaia di dipendenti che hanno goduto della protezione del DACA e che non avevano altra alternativa rispetto a quella di cercare rifugio negli Stati Uniti né alcuna voce in capitolo.

Per tutto quel che sono in grado di donare i Dreamers agli Stati Uniti – concludono Cook e O'Brien – tutelarli "non è solamente una questione legale, ma anche un dovere morale: che tipo di Paese saremmo se venissimo meno a questo impegno? Che tipo di popolo saremmo se voltassimo loro le spalle in un momento come questo?"