5 centesimi di dollari ogni giorno per poter utilizzare Facebook, WhatsApp, YouTube, Twitter e gli altri social network. È la tassa, già rinominata "social media tax", pensata dal governo dell'Uganda per consentire l'accesso ai social: ogni giorno il contributo viene scalato dal credito telefonico prima di consentire l'accesso a portali e applicazioni social. Una decisione presa a maggio e attiva dai primi giorni di luglio, che molti cittadini del paese hanno fortemente criticato non solo perché in grado di minacciare la libertà degli utenti, ma anche perché il suo costo corrisponde a circa il 20 percento di quanto gli utenti pagano per avere il traffico dati sul telefono.

Dal canto suo, il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni si è schierato in difesa della decisione spiegando che nel paese le persone passano troppo tempo sul web a chattare, divertirsi e far circolare bufale, arricchendo le compagnie straniere che offrono questi servizi. L'astio verso i social da parte di Museveni non è d'altronde una novità: il presidente in carica dal 1986 ha più volte polemizzato contro gli strumenti del web che hanno consentito ai contestatori del suo governo di amplificare il loro messaggio.

Così si è arrivati alla tassa sui social e alla guerra alle reti VPN, che di fatto potrebbero consentire ai cittadini di aggirare la social media tax: anche contro questi strumenti è calata la scure del governo dell'Uganda. Ad oggi le due principali aziende di telecomunicazioni attive nel paese sono la sudafricana MTN Group e l’indiana Bharti Airtel, oltre ad altre piccole realtà. Alcune di queste si sono già attivate per contestare la nuova legge, accusata di attaccare il principio di Net Neutrality. Un'azienda ha fatto causa al governo ugandese e ha chiesto alla Corte Suprema di rendere nulla la nuova tassa.