Cibando è un motore di ricerca di ristoranti, realizzato per iPhone e basato non sul rating degli utenti (troppo spesso alterato dai ristoratori stessi a loro favore) bensì su un gruppo di foodbloggers accreditati che recensiscono man mano i locali che si associano al servizio.

L'app è stata scaricata oltre 300.000 volte, con più di 170 ristoranti presenti nel database, e naturalmente, come ogni startupper che si rispetti, il suo fondatore Guk Kim ha cercato di reperire fondi per poter lanciare ed implementare la sua idea. Fallito il tentativo di reperire risorse in Italia, Kim ha provato la strada tedesca, riuscendo ad ottenere in brevissimo tempo un finanziamento da parte della Point Nine Capital.

Insomma, una dei tantissimi casi di “fughe di cervelli”, l'ennesimo esempio della miopia che troppo spesso affligge il venture capitalist made in Italy.

La notizia probabilmente si sarebbe persa in rete nel giro di pochi minuti se non fosse servita a Mike Butcher per un post critico molto forte verso la situazione italiana pubblicato dall'autorevole TechCrunch. Nel suo articolo intitolato “Shock horror! Berlin VC invests in Italian startup. Is this the start of something?”, Butcher ironizza sull'interesse della ventur capitalist tedesca verso la startup italiana, definendo gli investitori nostrani come “famously useless at identifying high growth businesses in their own country” e il nostro mercato come “traditional vastly under-served by risk capital”.

In men che non si dica tra i commenti dell'articolo di TechCrunch è nato un vero e proprio dibattito sulla questione del venture capitalist italiano che ha visto protagonisti alcuni dei principali influencers nostrani, da Stefano Pochet a Gianluca Dettori, da Fabio Lalli a Francesco Sullo, e poi ancora Augusto Coppola, Luca Spoldi, Giandomenico Sica e tanti altri. Unanime è ovviamente la soddisfazione per una realtà italiana messa finalmente nelle condizioni di poter decollare, a prescindere dalla nazionalità degli investimenti, ma sulla condizione del VC italiano le opinioni sono discordanti.

Alcuni come Pochet e Spoldi, auspicano che il caso della Point Nine Capital sia il primo di un più ampio interesse da parte degli investitori stranieri, a fronte di una condizione italiana dove troppo spesso alle belle parole non seguono fatti concreti. Dettori sottolinea (e come lui molti altri) la presenza di numerosissime idee di indubbio valore nel nostro paese a fronte però di una desolante situazione di realtà di venture capitalist, in numero assai minore rispetto ai nostri principali partner europei (il raffronto con gli Usa è pura fantascienza).

Coppola è invece più duro con gli investitori italiani, che a suo giudizio non hanno le competenze per comprendere il potenziale di una startup, con il risultato che se già i fondi sono fisiologicamente limitati, ancor più ridotta è la parte destinata a servizi di nuova generazione.

Interessante è anche il punto di vista di Giandomenico Sica che sottolinea come, a fronte di una realtà economica che ormai tutti tristemente conosciamo, a penalizzare ulteriormente le startup italiane c'è anche la scarsa copertura della stampa verso questo settore. È emblematico, sostiene sempre Sica, che una testata straniera come TechCrunch (ma anche Mashable ed altri) si occupi maggiormente del mercato italiano rispetto ai nostri stessi giornali, che finiscono per condannare all'oblio anche le idee più valide.

Non mancano naturalmente gli attacchi alla mentalità tutta italiana del “posto fisso”, ritenuto nemico naturale dello spirito di imprenditoria e che porta molti giovani a desistere davanti alle prime difficoltà a favore di soluzioni più sicure e meno coraggiose. Un'osservazione vera solo in parte, alla luce dei moltissimi progetti presentati nelle poche seppur valide manifestazioni italiane di incontro tra startup e venture capitalist, come Working Capital, Mind the Bridge e Kultur Convivio, solo per citarne alcuni.

A prescindere dalle diverse opinioni al riguardo, la mancanza strutturale di investimenti in Italia nel settore tech è una realtà con cui le startup nostrane devono inevitabilmente fare i conti. La situazione sta lentamente cambiando e qualche segnale di speranza già appare all'orizzonte, ma i tempi geologici italiani mal si sposano con ritmi sempre più vorticosi del mercato. Attendere che qualche imprenditore del Belpaese venga illuminato sulla via di Damasco rischia perciò di affogare anche le idee più innovative, pertanto ben vengano gli interventi stranieri, un'eventuale ed auspicabile successo potrà servire come esempio per i VC nostrani meno coraggiosi.

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