Uno dei numerosi motivi per i quali la strage in Nuova Zelanda sta scuotendo l'opinione pubblica è la modalità con la quale è stata resa nota — ovvero in diretta da parte del diretto responsabile, e sfruttando una piattaforma come Facebook che ogni giorno è frequentata da più di un miliardo e mezzo di persone. Il video si è diffuso rapidamente sulle pagine del social replicandosi a dismisura anche a causa di utenti inconsapevoli che, scioccati, hanno indirettamente contribuito alla causa dell'attentatore ripubblicando le immagini e raggiungendo anche coloro che non erano sintonizzati al momento dei fatti. Per questo motivo la società sta lavorando alacremente per tentare di limitare la diffusione della clip rimuovendo forzatamente dalle pagine e dai profili tutti i video che contengono le immagini della sparatoria.

Stando a quanto rivelato dal team locale che lavora sul social network, le repliche del video rimosse nelle prime 24 ore dalla sparatoria sarebbero state più di un milione e mezzo; di queste, un milione e duecento mila sarebbero state bloccate direttamente in fase di caricamento e non avrebbero quindi mai visto alcune diffusione sul social. A compiere il lavoro sono stati gli algoritmi del social che regolarmente scansionano i fotogrammi chiave delle clip e delle foto caricate dagli utenti per confrontarle con una banca dati di contenuti illeciti. Questo grado di automazione ha permesso di contenere la diffusione, ma solo relativamente: per stessa ammissione di Facebook, trecentomila copie del filmato hanno comunque trovato modo di finire online sulle pagine della piattaforma e lì sono rimaste per ore prima di essere cancellate, e così continuerà ad essere.

Gli algoritmi non sono perfetti e per ingannarli basta trovare il modo giusto di modificare la clip e renderla irriconoscibile. Chiaramente si tratta di un'operazione che la maggior parte degli utenti non avrà intenzione di fare, ma che potrebbe essere alla portata di eventuali individui particolarmente interessati a tenere il video online. Il gruppo inoltre non ha ancora fornito risposte sul corto circuito che ha dato inizio alla diffusione, ovvero la possibilità data all'attentatore di trasmettere il tutto in diretta.